Tagli al ministero, la ritirata di Giuli: “Vado avanti con i fondi che ho”
di Lorenzo De CiccoROMA — «Uno scambio di messaggi rasserenatori con il ministro Fitto», sostiene Alessandro Giuli, avrebbe chiuso lo scontro nel governo sul maxi-taglio di fondi alla Cultura. Ma all’opposizione naturalmente il chiarimento via Whatsapp tra i due meloniani litiganti, ammesso che chiarimento vero sia stato, non basta. Anche perché il maxi-taglio resta. Il Pd è pronto a incunearsi nell’ennesima crepa a destra e già ieri, sulla scorta della notizia anticipata da Repubblica, ha chiesto un’informativa urgente in Parlamento al titolare del Mic. L’obiettivo è chiaro: mettere alle strette il successore di Sangiuliano, che privatamente si è infuriato per la sforbiciata imposta al suo dicastero, definita «inaccettabile, così non reggiamo», ma che difficilmente in Aula potrà sostenere una tesi apocalittica. Anzi, probabilmente dovrà asserire l’esatto opposto, che il suo ministero può navigare tranquillamente anche col bottino decimato.
ROMA — «Uno scambio di messaggi rasserenatori con il ministro Fitto», sostiene Alessandro Giuli, avrebbe chiuso lo scontro nel governo sul maxi-taglio di fondi alla Cultura. Ma all’opposizione naturalmente il chiarimento via Whatsapp tra i due meloniani litiganti, ammesso che chiarimento vero sia stato, non basta. Anche perché il maxi-taglio resta. Il Pd è pronto a incunearsi nell’ennesima crepa a destra e già ieri, sulla scorta della notizia anticipata da Repubblica, ha chiesto un’informativa urgente in Parlamento al titolare del Mic. L’obiettivo è chiaro: mettere alle strette il successore di Sangiuliano, che privatamente si è infuriato per la sforbiciata imposta al suo dicastero, definita «inaccettabile, così non reggiamo», ma che difficilmente in Aula potrà sostenere una tesi apocalittica. Anzi, probabilmente dovrà asserire l’esatto opposto, che il suo ministero può navigare tranquillamente anche col bottino decimato.
Palazzo Chigi, da venerdì sera, è al lavoro per rammendare il fragoroso strappo. Secondo alcune fonti a conoscenza della questione, su diretta indicazione di Giorgia Meloni. Giuli la premier l’ha incontrata, venerdì sera, subito dopo il Cdm e le riunioni a Palazzo Chigi in cui si era sfogato con Fitto. Ma all’uscita dallo studio della presidente del Consiglio, le risorse destinate al Mic sono rimaste quelle di prima: 171,8 milioni di euro dal “fsc”, il fondo sviluppo e coesione gestito fino a ieri dal neo-commissario Ue, cioè quasi il 90% in meno rispetto alla vecchia dotazione. Anche se, ha fatto presente il politico pugliese al collega durante il diverbio, la torta dei fondi da ripartire tra i vari dicasteri stavolta è molto più limitata rispetto alla precedente e comunque il Mic avrà a disposizione altri 4,2 miliardi dal Pnrr. Tesi che però non ha convinto Giuli, tanto da porre la questione a Meloni a quattrocchi. Senza però riuscire a rimpolpare il budget.
Giuli, a questo punto, non può che ingoiare il boccone amaro. E dunque ieri pomeriggio, parlando con i collaboratori, ragionava così: «Col ministro Fitto i rapporti sono sempre stati ottimi», anche se durante la riunione a Palazzo Chigi, ammetteva, è avvenuto «un confronto sincero e franco a proposito dei tagli che hanno riguardato il ministero della Cultura». Già nella serata di venerdì però, confermava ai suoi interlocutori, «c’è stato uno scambio di messaggi rasserenatori per confermare la massima stima al ministro Fitto». E i soldi che mancano? «Si continuerà a collaborare al meglio per ottenere il massimo che si può e spendere bene quello che si ha a disposizione». Come dire: tocca arrangiarsi. Anche perché l’alternativa, dimettersi, non è proprio un’opzione, giurano nella sua cerchia dall’altro ieri.
Il Pd invece evoca il predecessore, Gennaro Sangiuliano. I democratici collegano infatti «il drastico definanziamento delle risorse destinate alla cultura» anche alla lentezza della macchina ministeriale negli anni passati. Dunque a causare la riduzione dei fondi sarebbe stato anche «il mancato conseguimento delle obbligazioni giuridicamente vincolanti». Vale a dire vecchi obiettivi falliti, che avrebbe dovuto raggiungere la precedente guida del dicastero. Irene Manzi, capogruppo dem in commissione Cultura alla Camera, parla di «un taglio mai visto, un colpo durissimo per i settori culturali». E chiede a Giuli di «venire subito in Parlamento», per chiarire dagli scranni del governo «cosa non ha funzionato, esporre le ragioni di merito alla base di questa decisione e rendere pubblico l’impatto concreto di questo taglio su ogni singolo intervento programmato».
Chiede spiegazioni anche il Movimento 5 Stelle. «Sembra che Alessandro Giuli solo ieri abbia preso conoscenza, e coscienza, di essere un ministro commissariato - attacca il deputato contiano Gaetano Amato - Proprio una bella eredità quella che Fitto lascia alla cultura. Perché Giuli non si batte pubblicamente contro questa sforbiciata ignobile?».