ROMA — «La verità è più semplice della bugia: colpiscono me per coprire i loro fallimenti». Nicola Maccanico, classe 1972, fino al giugno scorso ad di Cinecittà, è parecchio amareggiato. Il report della società di revisione Price Waterhouse, incaricata di verificare gli ultimi due bilanci degli studios sulla Tuscolana, afferma che i conti approvati sotto la sua guida sono scorretti e vanno rettificati.
Qual è la verità e quale la bugia?
«L’azienda nel 2023 ha avuto ottimi risultati a compimento di un triennio straordinario — 100 milioni di fatturato complessivo — e sta vivendo un 2024 molto difficile. Ma i due dati opposti non si spiegano ricercando anomalie e/o trucchi. Il motivo sta nell’aver cambiato le regole del gioco nel mercato dell’audiovisivo».
Questa è la …
ROMA — «La verità è più semplice della bugia: colpiscono me per coprire i loro fallimenti». Nicola Maccanico, classe 1972, fino al giugno scorso ad di Cinecittà, è parecchio amareggiato. Il report della società di revisione Price Waterhouse, incaricata di verificare gli ultimi due bilanci degli studios sulla Tuscolana, afferma che i conti approvati sotto la sua guida sono scorretti e vanno rettificati.
Qual è la verità e quale la bugia?
«L’azienda nel 2023 ha avuto ottimi risultati a compimento di un triennio straordinario — 100 milioni di fatturato complessivo — e sta vivendo un 2024 molto difficile. Ma i due dati opposti non si spiegano ricercando anomalie e/o trucchi. Il motivo sta nell’aver cambiato le regole del gioco nel mercato dell’audiovisivo».
Questa è la sua versione, i revisori dicono altro.
«Guardi, per dimensione e struttura Cinecittà può crescere solo se viene scelta dalle grandi produzioni, specie internazionali. Se noi siamo riusciti ad ospitarne tante è soprattutto perché eravamo sostenuti da un sistema di norme particolarmente attrattivo per il mercato. I produttori che devono scegliere il Paese in cui girare guardano innanzitutto alla tassazione: la Franceschini aveva reso l’Italia molto competitiva, ma l’attuale governo l’ha smontata».
Stiamo alle cifre, lei ha “aggiustato” i conti di Cinecittà?
«Assolutamente no. I bilanci sono certificati da Ernst&Young, quindi ogni insinuazione sui conti è priva di fondamento. Quei numeri sono il frutto di tutti i grandi film e le grandi serie, i grandi registi e i grandi attori che nel ’22 e nel ’23 hanno popolato gli studios. Da Queer di Guadagnino a Without blood di Angelina Jolie. Questo ha generato in due anni 85 milioni di fatturato. Dati che parlano chiaro».
Fatto sta che Price Waterhouse ha rilevato anomalie fra costi e ricavi dichiarati e quelli riscontrati nel corso della due diligence.
«Da quel che ho letto sui giornali, si tratta di interpretazioni contabili che temo abbiano l’obiettivo di convincere l’azionista, cioè il ministro dell’Economia, a immettere risorse pubbliche in un’azienda che non riesce più a generare ricavi commerciali. Mi dicono che in questo momento Cinecittà sia vuota. Quindi il problema non è il 2023, ma il 2024».
Perciò è colpa della nuova gestione, che a sua volta scarica su quella precedente?
«Non mi pare giusto parlare di vecchia gestione e nuova gestione, credo che oggi Cinecittà abbia un crollo del fatturato per via dei ritardi sulla riforma del tax credit che ha causato prima incertezza e poi la fuga delle produzioni. I vertici del ministero della Cultura hanno cominciato a parlarne nell’estate 2023. Poi però, per più di 12 mesi, non è successo nulla. In questo lasso di tempo i produttori italiani sono rimasti in attesa, quelli internazionali per un po’ hanno aspettato, poi hanno scelto altri Paesi e altri studi in giro per il mondo. Dalla quasi piena occupazione Cinecittà è passata alla quasi totale assenza di lavoro».
Come spiega la nota di credito per 3 milioni a Freemantle, che ha praticamente azzerato il valore del contratto stipulato con Cinecittà?
«Partiamo da un presupposto: Freemantle negli ultimi anni è stato il primo cliente di Cinecittà grazie a un accordo quinquennale per occupare almeno sei teatri con un rilevante minimo garantito. È utile segnalare che nel 2024 la società ha continuato a pagare questi teatri vuoti per mancanza di produzioni. All’interno di accordi così strutturati sconti a volume sul fatturato sono normali. E la nota di credito è lo strumento con il quale questi sconti, regolati puntualmente dal contratto, vengono riconosciuti».
Ma perché lei non l’ha messa a bilancio ed è spuntata solo quando si è insediato il nuovo Cda?
«Nel bilancio ’23 c’è la nota di credito del ’22; nel ’24 sarebbe dovuta atterrare la nota del ’23. Accadeva in automatico, non è una scelta dell’ad».
Appena ha lasciato Cinecittà, Freemantle le ha offerto un lavoro: un caso o uno scambio di cortesie?
«Per me avrebbe significato tornare al mondo delle multinazionali, che è quello che mi appartiene, ma il clima avvelenato mi ha convinto a non iniziarla nemmeno la collaborazione. Io mi sono dimesso da Cinecittà perché il mio mandato era scaduto: l’assemblea dei soci convocata il 9 maggio per rinnovare i vertici è rimasta aperta per settimane. A fine giugno mi è sembrato giusto lasciare per stimolare l’azionista a decidere».
Si sente vittima di un attacco politico?
«Ma no, è solo una caccia alle streghe per coprire le loro inefficienze».