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Iole Mancini è morta, se ne va la partigiana ultima testimone degli orrori nazisti di via Tasso

Iole Mancini (foto di Concetto Vecchio) 
Aveva partecipato alla Resistenza a Roma come staffetta. Se n’è andata a 104 anni. Aveva raccontato la sua vicenda nel libro “Un amore partigiano”
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L’ultima volta che l’ho vista mi ha detto che era stanca.

Mi teneva la mano.

Era la prima volta che glielo sentivo dire in anni di frequentazione.

L’ho incoraggiata a fare gli esercizi di fisioterapia.

Ha fatto un gesto di disapprovazione.

"Basta così!” ha aggiunto.

Mi ha stretto la mano con più forza.

Si aggrappava così alla vita che fluiva via.

Iole Mancini, la staffetta partigiana ultima testimone degli orrori nazisti di via Tasso, se ne è andata questa sera a 104 anni nella sua casa alla Balduina. Ed è così strano, per i tanti che le hanno voluto bene, pensare che non ti accoglierà più col suo sorriso largo, i ricci vaporosi, elegante nell’ultimo vestito di sartoria. “Carissimo!”, ti diceva. E ti abbracciava.

Difficile riassumere qui la sua avventura umana che h…

L’ultima volta che l’ho vista mi ha detto che era stanca.

Mi teneva la mano.

Era la prima volta che glielo sentivo dire in anni di frequentazione.

L’ho incoraggiata a fare gli esercizi di fisioterapia.

Ha fatto un gesto di disapprovazione.

"Basta così!” ha aggiunto.

Mi ha stretto la mano con più forza.

Si aggrappava così alla vita che fluiva via.

Iole Mancini, la staffetta partigiana ultima testimone degli orrori nazisti di via Tasso, se ne è andata questa sera a 104 anni nella sua casa alla Balduina. Ed è così strano, per i tanti che le hanno voluto bene, pensare che non ti accoglierà più col suo sorriso largo, i ricci vaporosi, elegante nell’ultimo vestito di sartoria. “Carissimo!”, ti diceva. E ti abbracciava.

Difficile riassumere qui la sua avventura umana che ha attraversato l’intero Novecento. La storia di una giovane sarta che si era ritrovata a combattere i nazifascisti nella Roma occupata, e che per una serie di circostanze romanzesche si era ritrovata nel maggio del 1944 nel carcere delle Ss nel quartiere San Giovanni. Erich Priebke l’aveva torturata per sapere dove si era nascosto il marito, il gappista Ernesto Borghesi, che aveva partecipato, seppur in ruolo defilato, all’attentato di via Rasella e fatto parte del commando che intendeva uccidere il figlio di Benito Mussolini, Vittorio.

Giorni prima Ernesto era infatti riuscito a fuggire miracolosamente da Regina Coeli, e i nazisti, per ritorsione, erano andati a cercare lei, Iole.

Pendeva sul capo di Ernesto una ricca taglia.

Iole era finita così dentro la parte più nera della storia. Tenne duro. Non cedette. Non fece i nomi dei suoi compagni. Non tradì Ernesto. L’ultima notte, con gli americani ormai alle porte di Roma, la caricarono su un camion per portarla fuori città, nella località La Storta, dove i tedeschi intendevano fucilare gli ultimi prigionieri. Il primo camion partì. Il veicolo su cui venne fatta salire Iole no. L’autista imprecò più volte per quell’avaria. Infine si arrese. Quindi li fecero scendere e li rinchiusero di nuovo in cella, i nazisti presero la strada per il Nord: poche ore dopo, alle prime luci dell’alba, la folla in tumulto abbatté la porta e liberò Iole e gli altri prigionieri.

Il destino a volte ti salva, a volte no.

Iole si è salvata così, per un motore inceppato, a 24 anni.

E poi ne ha vissuti altri ottanta.

Si era sposata tre mesi prima dell’arresto. Matrimonio di guerra. Col prete che tremava per la paura. Dopo la Liberazione le cose però non erano andate come le aveva immaginate. Lei e Ernesto erano vivi, ma la magia del fidanzamento era svanita. La guerra li aveva cambiati. E sui partigiani era calato un lungo silenzio. “Nessuno voleva sapere, e anche noi eravamo troppo presi dalla ricostruzione delle nostre vite per raccontare cos’era stato il fascismo”, era solita raccontare.

Iole si era dovuta reinventare.

Ernesto era morto giovane.

Viveva alla Balduina e in pochi sapevano del suo eroismo.

Trovò nel calore dei compagni dell’Anpi una seconda casa.

Solo in tarda età, quasi ai titoli di coda, grazie al suo libro, Un amore partigiano (Feltrinelli), che le diede improvvisa notorietà, poté raccontare al grande pubblico la sua incredibile storia. Lo fece senza cedimenti retorici, con forza espressiva e stupefacente precisione. Non aveva dimenticato nulla. Ricordava date, vie, i nomi dei personaggi secondari. Per tutta la vita aveva aspettato questo momento: raccontare. E non è mai troppo tardi per farlo. Non è mai inutile. Quell’esperienza – estrema, drammatica, ma anche così ricca di risvolti umanissimi – l’aveva colmata di senso storico e politico. Il suo sguardo si era fatto più acuminato. Era come se in via Tasso avesse varcato una linea d’ombra. La saggezza soffice, colma di un’ironia molto romana, con cui condiva i suoi resoconti, ne fecero un personaggio. Una zia di cui stupirsi e ammirare per il coraggio che aveva mostrato nella dittatura.

Se ne va quindi una delle ultime grandi testimoni della nostra Resistenza.

Fino a poco tempo fa ti chiamava per commentare le notizie sentite alla tv.

“Hai visto?” domandava, indignandosi per gli orrori del mondo.

La destra al governo la corrucciava. Era allarmata per i cedimenti sull’antifascismo. Le restrizioni adottate nei confronti dell’Anpi avevano determinato per un certo momento un freno alle sue presenze nelle scuole, dove, fiera col suo fazzoletto di resistente, era solita stregare gli alunni di ogni ordine e grado. Quei divieti le erano parsi un’offesa imperdonabile alla memoria. Aveva perciò scritto a Sergio Mattarella, che nel giugno del 2022 l’aveva voluta accogliere al Quirinale.

“I giovani non si rendono conto di cos’è una dittatura, non sanno cos’è una guerra”, aveva detto quel giorno al capo dello Stato. “Meno male che c’è lei!” aveva aggiunto e col presidente si erano presi per mano. Con Mattarella era quindi nato un legame (il presidente l’aveva chiamata a giugno in ospedale quando era stata operata dopo una caduta) e nel tempo anche con la segretaria del Pd Elly Schlein era sorta un’affettuosa consuetudine.

Iole conosceva benissimo la vita. C’era nei suoi abbracci tutta la sapienza del mondo. Perciò non è mai stata sola. La sua carica umana, unita al senso della storia, l’hanno resa una testimone preziosa, a cui tutti i democratici debbono guardare con gratitudine.

Ciao Iole!

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