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Simbolo M5S, parla l’esperto: “Né Grillo né Conte hanno la certezza di spuntarla, serve un’intesa”

Beppe Grillo con Giuseppe Conte 

 

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Il giurista Maestri, animatore del sito isimbolidelladiscordia.it: “Il problema è nella confusione tra simboli e marchi”
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Gabriele Maestri, giurista e animatore del sito isimbolidelladiscordia.it, è probabilmente il maggior esperto italiano di simboli politici. Il caso del M5S, dice, è particolarmente complicato. Chi ha quindi ragione tra Giuseppe Conte e Beppe Grillo? Il simbolo è del partito o del fondatore? «Il problema sta nella confusione tra simboli e marchi», spiega Maestri.

Proviamo a capirci qualcosa allora. Quello del M5S è un simbolo politico o un marchio?

«Entrambe le cose, ma bisogna partire dall'inizio per renderci conto della difficoltà di sbrogliare il pasticcio».

Ma domanda preliminare: che differenza c'è tra simbolo e marchio?

«Un simbolo di partito deve rispettare le norme sui partiti e, se usato alle elezioni, quelle sugli adempimenti elettorali e sulla propaganda, non ha le stesse regole di utilizzo di un marchio del detersivo, ad esempio».

Gabriele Maestri, giurista e animatore del sito isimbolidelladiscordia.it, è probabilmente il maggior esperto italiano di simboli politici. Il caso del M5S, dice, è particolarmente complicato. Chi ha quindi ragione tra Giuseppe Conte e Beppe Grillo? Il simbolo è del partito o del fondatore? «Il problema sta nella confusione tra simboli e marchi», spiega Maestri.

Proviamo a capirci qualcosa allora. Quello del M5S è un simbolo politico o un marchio?

«Entrambe le cose, ma bisogna partire dall'inizio per renderci conto della difficoltà di sbrogliare il pasticcio».

Ma domanda preliminare: che differenza c'è tra simbolo e marchio?

«Un simbolo di partito deve rispettare le norme sui partiti e, se usato alle elezioni, quelle sugli adempimenti elettorali e sulla propaganda, non ha le stesse regole di utilizzo di un marchio del detersivo, ad esempio».

Grillo fonda il M5S con Gianroberto Casaleggio nel 2009. E cosa fa?

«Se si va alle origini e al famoso "non statuto", il primo documento del M5S, si parla di un contrassegno registrato a nome di Beppe Grillo, unico titolare dei diritti d'uso dello stesso. Questo fregio era stato depositato come marchio europeo a settembre del 2009, con la scritta sotto "beppegrillo.it". In Italia invece è stato depositato come marchio nel 2012, e il titolare era sempre lui. Nel frattempo, oltre alla "non associazione" 5 Stelle era nata un'associazione tout court, con atto notarile, sempre nel 2012. Fondata da Grillo, suo nipote e il commercialista Nadasi. Grillo concede a questa prima associazione l'uso del contrassegno, cioè del marchio, così come lo concedeva o negava a livello locale alle liste e agli eletti M5S. Nel 2015 lo statuto di quella associazione cambia e in quel caso si legge che il simbolo è registrato a nome dell'associazione, unica titolare del contrassegno. Quindi evidentemente deve essere intervenuto un atto, il cui contenuto non è noto, dove si dice che il simbolo passa da Grillo all'associazione. Non sappiamo nulla di più però».

Però poi l'associazione cambia.

«Esatto, alla fine del 2017 nasce la seconda vera associazione, guidata da Luigi Di Maio, che ha lo stesso codice fiscale dell'attuale M5S e con sede in via Nomentana a Roma. E cosa si dice del simbolo? Che l'associazione del 2012 concede il simbolo a quella del 2017. Poi nel giro di una manciata di giorni viene depositato al Viminale il simbolo elettorale con la dicitura "ilblogdellestelle.it", e al contempo viene depositato come marchio, stavolta a nome della seconda associazione».

Ricapitolando: abbiamo la "non associazione" originaria, due associazioni, almeno due simboli e due marchi.

«E non abbiamo tutti gli eventuali accordi riservati intercorsi».

Poi arriva Conte, e lì?

«Nel 2021 lo statuto viene modificato anche in vista del riconoscimento come partito necessario a ottenere il 2 per mille: lì appaiono due simboli del M5S, con diciture sotto "ilblogdellestelle" e quello attuale col 2050. Con quest'ultimo si fece il tentativo di depositarlo come marchio, come il precedente, all'ufficio italiano brevetti e marchi del Mise, ma la domanda non fu accettata e le ragioni non sono pubbliche».

Ma le si possono intuire?

«Probabile che, essendo un simbolo con significazione politica, si sia richiesto un parere al Viminale, e questo abbia dato un parere negativo, per evitare che il simbolo, usato come marchio, sfugga alle regole dettate per le elezioni. Del resto, gli elettori non sono consumatori, non devono distinguere tra un prodotto e l'altro ma identificarsi in una lista o in un'altra».

Quindi non si può dire chi abbia ragione tra Conte e Grillo.

«Nessuno dei due può essere sicuro al cento per cento di avere piena ragione. Anche se l'associazione più vecchia, quella del 2012 di Grillo, può far valere una sorta di prelazione».

Ma Conte, la cui guida politica del M5S non è in discussione, non potrebbe semplicemente cambiare simbolo per evitare cause di Grillo?

«Teoricamente potrebbe risolverla così, anche se cambiarlo è un rischio dal punto di vista politico».

E a quel punto Grillo potrebbe presentarsi con il vecchio simbolo del M5S, anche se il nome del M5S è del partito in mano a Conte?

«Da quel che leggo lui fa quasi riferimento alla biodegradabiltà del simbolo, come facevano i radicali una volta. Comunque, forse avrebbe la priorità ma poi le leggi elettorali danno maggiore tutela ai simboli presenti in Parlamento, e lì c'è l'associazione di Conte. Sa, le regole civilistiche sono una cosa e quelle elettorali un'altra».

Si è parlato di una scrittura privata con cui Grillo sarebbe stato sollevato da ogni conseguenza in caso di contenziosi sul Movimento, in cambio della rinuncia a ogni contestazione, anche sul simbolo. Questo cambia qualcosa?

«L'accordo dovrebbe essere rispettato, ma Grillo potrebbe anche scegliere di rinunciare alla "manleva" per poter rivendicare il simbolo a nome dell'associazione del 2012. Certo, l'accordo potrebbe prevedere delle penali, ma Grillo potrebbe scegliere di contestare alla radice la validità del patto...»

C'è da farsi venire il mal di testa.

«Sì, ma la verità è una: in questi casi serve un accordo, un accomodamento tra le parti...».

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