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Fedez e le maschere della vita, borghese di sinistra e bad boy vannacciano | Hanno tutti ragione

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Da padre di famiglia paladino del progressismo e delle battaglie di genere a single scapestrato avventore della destra da bar sport. Qualche domanda sul perché la posa progressista è diventata un marchio buono solo per i tempi di quieto vivere
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Questo è il numero di venerdì 6 dicembre 2024 della newsletter Hanno tutti ragione, firmata da Stefano Cappellini. Per attivare l'iscrizione clicca qui

Parliamo di maschere. Non di Carnevale, maschere sociali, politiche, umane. Tutti ne indossiamo una, più o meno consapevolmente. Tutti cerchiamo di apparire migliori di come siamo, specie in un’era dove apparire migliori consente pure di sbigliettare su Internet, e non è nemmeno una cosa così in sé deplorabile, apparire migliori, dato che viviamo anche in un’era dove ci sono presidenti, generali, guitti televisivi, mental coach che consigliano di vivere apertamente e senza freni la gioia del trogloditismo. Dice: ma mica tutti tutti cerchiamo di apparire migliori. No, tutti tutti. Persino i cultori del trogloditismo, apparentemente disinteressati alla questione. Chi segue Trump o vota Vannacci ci tiene sempre a sottolineare che questa scelta fa di lui o lei una persona che ha il coraggio delle proprie opinioni. Anche la cattiveria più …

Questo è il numero di venerdì 6 dicembre 2024 della newsletter Hanno tutti ragione, firmata da Stefano Cappellini. Per attivare l'iscrizione clicca qui

Parliamo di maschere. Non di Carnevale, maschere sociali, politiche, umane. Tutti ne indossiamo una, più o meno consapevolmente. Tutti cerchiamo di apparire migliori di come siamo, specie in un’era dove apparire migliori consente pure di sbigliettare su Internet, e non è nemmeno una cosa così in sé deplorabile, apparire migliori, dato che viviamo anche in un’era dove ci sono presidenti, generali, guitti televisivi, mental coach che consigliano di vivere apertamente e senza freni la gioia del trogloditismo. Dice: ma mica tutti tutti cerchiamo di apparire migliori. No, tutti tutti. Persino i cultori del trogloditismo, apparentemente disinteressati alla questione. Chi segue Trump o vota Vannacci ci tiene sempre a sottolineare che questa scelta fa di lui o lei una persona che ha il coraggio delle proprie opinioni. Anche la cattiveria più ostentata e rivendicata, insomma, ha bisogno di una maschera per presentarsi migliore agli occhi degli altri.

Se mi è concessa una breve digressione personale prima di arrivare al punto di oggi, sennò me la concedo da solo, posso dire che la peggiore scorrettezza subita in venticinque anni di carriera giornalistica non me l’ha inflitta una canaglia fascista né un voltagabbana del Misto e neanche un ambiguo faccendiere. Me l’ha inflitta il politico unanimemente riconosciuto come il più cortese, fair e cavalleresco dell’intera scena politica italiana: Gianni Cuperlo. Non che Cuperlo non sia più tutte quelle belle cose a causa di questo trascurabile incidente con me. Anzi, è proprio perché sono certo che lui continui a essere anche quelle belle cose, il bene e il male sono tagliati con l’accetta solo su certe oscene gazzette quotidiane, che all’epoca del fattaccio mi sono sentito – per citare una battuta di Daniele Luttazzi, credo non copiata – come uno scarafaggio schiacciato dal sandalo di madre Teresa di Calcutta.

Breve riassunto: siamo all’inizio del 2023 e Cuperlo è uno dei tre candidati alla segreteria del Pd insieme a Elly Schlein e Stefano Bonaccini. Sa bene di non avere chance di vittoria ma vuole usare la campagna elettorale per lanciare messaggi e offrire al partito una discussione di livello. Un giorno, in piena campagna, Cuperlo scrive una lettera alla posta di Francesco Merlo su Repubblica – spazio ogni giorno ricco di delizie – per dire in sostanza che: si sente oscurato dai media e non c’è attenzione sul merito delle questioni politiche più importanti. Colpito da questa lamentela, che riconosco in parte fondata, lo chiamo a nome di Repubblica e gli offro di mettere in agenda un’ampia intervista nella quale affrontare bene le ragioni politiche e umane della sua candidatura. Cuperlo accetta, mi ringrazia e vi assicuro che, nel modo suadente in cui Cuperlo pronuncia la parola grazie, echeggiano secoli di asburgica affettazione. Mi chiede però di aspettare qualche giorno perché ha un po’ di impegni in giro per l’Italia. Gli dico che non c’è problema e fissiamo l’intervista per il lunedì successivo. Domenica mattina, il giorno prima del nostro appuntamento, apro il Corriere della sera e ci trovo una intervista a tutta pagina di Cuperlo firmata da Aldo Cazzullo. Ora, forse io stesso mi darei buca da solo pur di farmi intervistare da Cazzullo. Ma la cosa incredibile è che Cuperlo non abbia nemmeno ritenuto di inviarmi un messaggino, un’ambasciata tramite un amico comune di terzo grado, un piccione del Nazareno sopravvissuto ai tagli del personale dem per avvertirmi, sempre con asburgica cortesia, che stava per tirarmi un pacco extralarge. Sono quasi tentato di scrivere alla posta di Merlo per raccontare l’increscioso episodio, visto che da lì tutto è partito, ma poi mi limito a scrivere a Cuperlo un whatsapp per dirgli che nemmeno il più screanzato dei peones si sarebbe comportato in modo così villano. Cuperlo ammette, mi offre le sue scuse, io non le accetto. Da allora non l’ho più sentito né risposto a un suo messaggio, ciò nonostante non so se oggi resisterei a una asburgica offerta di riconciliazione.

Sulle maschere che accompagnano la nostre vite, anche quelle più "giuste", è uscito quest'anno un bellissimo film di Daniele Luchetti, Confidenza, tratto da un libro di Domenico Starnone che non ho ancora letto, ma non deve essere da meno. Se una maschera può cadere o comparire per l’opportunità di una intervista, figurarsi cosa può succedere quando di mezzo c’è un fatturato. Karl Marx ci ha scritto sopra qualcosina. La chiamava “falsa coscienza”. Si potrebbe tradurre così: tu pensi che le idee che muovono la tua condotta siano frutto di intime e autonome convinzioni, in realtà il motore di tali convinzioni è un altro, non del tutto chiaro nemmeno all’interessato. Insomma, la questione interessante è sempre: perché quella maschera?

Dunque parliamo di Fedez. Ci sono personaggi che, al di là della statura, restituiscono un disegno del loro tempo con più nitore di tutti gli altri. È il caso di Fedez. Non vi starò qui a rifare la sua storia politica, perché avrebbe lo stesso peso che ricostruire il percorso intellettuale di Domenico Scilipoti (che l’intervista a Cazzullo l’avrebbe presa al volo ma, sono ragionevolmente certo, mi avrebbe avvertito della sòla). Un politologo bravo e attento dovrebbe saper rispondere a questa domanda: perché nell’epoca in cui Fedez si voleva marito e padre irreprensibile la sua maschera politica era quella del progressista, impegnato sui temi lgbt e via dicendo, e ora che Fedez è single e scapestrato la sua maschera è quella del bad boy che preferisce Vannacci a Schlein e attacca il sindaco di Milano Sala come un Crippa leghista qualunque?

La coincidenza è sospetta, infatti non è una coincidenza. È come se Fedez, uno al quale si può contestare l’ortografia ma non certo la sveltezza di testa e il senso per gli affari, avesse sentito naturale vestire la sua fase borghese di un manto progressista – da sinistra ztl, direbbe Gasparri, uno col quale Fedez litigava ma oggi chissà – e altrettanto naturale accompagnare la ripartenza bohémienne con un marchio da simil-meloniano (Fedez è un grande orecchiante, sono certo che dirà presto da qualche parte “Meloni è bravissima ma circondata da incapaci”). Il Fedez maritato e padre di famiglia era un ospite per Fazio, il Fedez separato va alla Zanzara. Bisognerebbe quindi trovare una risposta convincente alla domanda di partenza. Non per Fedez ovviamente, del quale ci importa il giusto, ma per la sinistra, della quale ci importa decisamente di più.

Ha ragione chi ormai associa la sinistra alla rappresentanza di interessi consolidati, al punto che chi si cala nella parte del buon borghese sente naturale citare Furfaro? Può esserci del vero, ma in minima parte, e non certo come lo direbbero ad Atreju. Chi ha grandi interessi economici da difendere (rendite, vaste proprietà immobiliari, patrimoni più o meno dichiarati al fisco) continua perlopiù a votare per la destra e a nutrire una profonda ostilità per la sinistra. Cosa dà allora alla narrazione della destra la capacità di sembrare anticonformista anche quando si fonda su concetti largamente maggioritari al bar sport? Sono cicli della storia, nei Settanta l’inerzia maggioritaria portava dalla parte opposta, ma non per questo sono privi di ragioni concrete. La sinistra europea attuale resta figlia di quella che a cavallo del passaggio di secolo era convinta che ricchezza e progresso fossero come l’universo, in espansione. Le cose sono andate molto diversamente ma l’arsenale socialdemocratico non si è aggiornato abbastanza, e i fortini dei partiti socialisti sono assediati da un lato dagli esperimenti rossobruni (M5S in Italia, Sahra Wagenknecht in Germania) e dall’altro da velleitarie e personalistiche fughe centriste (Matteo Renzi in Italia, Emmanuel Macron In Francia). La storia delle maschere di Fedez ci conferma un fatto: nel 2024 la sinistra è un marchio utile per i tempi di pace, la pancia piena e il quieto vivere. Inadatto, invece, a rappresentare le fasi di movimento e trasformazione. Chiederei volentieri un’opinione a Cuperlo se non fossimo litigati.

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