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Fini, anatomia della sconfitta: “Dal Pdl fui cacciato, brava Giorgia ma non torno”

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L’ex leader interviene alla presentazione del libro di Briguglio su Fli. L’omaggio di La Russa: “Con lui modernità”
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ROMA — Le rughe. Il rancore dei vincitori, il rancore dei vinti. Solo il tempo cura i reduci di questa battaglia. Sono stipati in una saletta del Senato. Colpa dell’ex deputato finiano Carmelo Briguglio, che ha avuto una pazza idea: raccontare in un libro — “Quella meteora a destra” — la sconfitta di Futuro e libertà, il precipizio dell’autore e quello di Gianfranco Fini. Dieci anni polverizzati in nome della guerra a Silvio Berlusconi. Destra contro destra. Chi aveva la fiamma, chi provò a toglierla, invano. Storia di tradimenti, uomini, azzardi. Di compagne finite nel tritacarne, perché il politico è sempre personale e la sfida fu spietata. Fino al tracollo.

C’è Fini, appunto. Magrissimo, il volto scavato. Non dovrebbe parlare, solo ascoltare questo processo alla storia (la sua): operazione che gli oratori svolgono per un’ora, con tatto. E con imbarazzo, soprattutto: enorme, visto che chi giudica parla a un metro dal giudicato. Tutti sostengono: il libro è un coraggioso manuale di e…

ROMA — Le rughe. Il rancore dei vincitori, il rancore dei vinti. Solo il tempo cura i reduci di questa battaglia. Sono stipati in una saletta del Senato. Colpa dell’ex deputato finiano Carmelo Briguglio, che ha avuto una pazza idea: raccontare in un libro — “Quella meteora a destra” — la sconfitta di Futuro e libertà, il precipizio dell’autore e quello di Gianfranco Fini. Dieci anni polverizzati in nome della guerra a Silvio Berlusconi. Destra contro destra. Chi aveva la fiamma, chi provò a toglierla, invano. Storia di tradimenti, uomini, azzardi. Di compagne finite nel tritacarne, perché il politico è sempre personale e la sfida fu spietata. Fino al tracollo.

C’è Fini, appunto. Magrissimo, il volto scavato. Non dovrebbe parlare, solo ascoltare questo processo alla storia (la sua): operazione che gli oratori svolgono per un’ora, con tatto. E con imbarazzo, soprattutto: enorme, visto che chi giudica parla a un metro dal giudicato. Tutti sostengono: il libro è un coraggioso manuale di errori che in politica non andrebbero mai commessi. Quelli di Fini, appunto, che secondo i presenti finì manovrato da Giorgio Napolitano, utilizzato e scaricato per combattere il Cavaliere. L’altra tesi è che fu il fondatore di An a decretare la scissione, non il «che fai, mi cacci? Sì, ti caccio». Fino alla sfiducia al governo, errore mai perdonato dagli elettori. Parla Italo Bocchino, che era al fianco di “Gianfranco” e oggi vive una nuova giovinezza, «sono volto del melonismo in tv». Errori, errori, errori. Ma chi ha sdoganato chi? «Fu Fini a sdoganare Berlusconi, a Roma aveva preso il 30% al primo turno», sostiene Bocchino. Lo dice ammettendo però i propri sbagli, lui che fu primo architetto del ribaltone fallito.

A un certo punto, però, viene coinvolto Fini. Sale sul podio. È l’imprevisto di questa piccola storia nella grande storia. Ringrazia l’amico Carmelo, poi è un flusso di coscienza che possiamo condensare così: «Non mi interessa cercare di giustificarmi. Ma voglio smentire quanto è stato detto. Primo: io non me ne sono andato dal Pdl, sono stato cacciato. Secondo: non c’era un complotto con Napolitano. Poi, guardate, ho votato Giorgia, ha fatto un piccolo capolavoro e ha ricondotto la comunità in un’unica casa. Ciononostante, su alcune cose non sono d’accordo. Io non torno, perché non sono un uomo per tutte le stagioni e non si può fermare il tempo».

Capita che l’ex leader inciampi, ad esempio: chiama per due volte Futuro e libertà quella che è oggi Fratelli d’Italia, e non serve certo Freud. Ammette di aver sbagliato con la mozione di sfiducia, forse anche l’aver accettato di entrare nel Pdl, «ma stava nascendo il Pd, forse era inevitabile». E però dice anche, o lascia intendere: e le trattative di Verdini? E gli scandali di Silvio? E lo spread? E il partito azienda che tutto poteva, a qualunque costo? Mentre ragiona, si scioglie quell’imbarazzo. Intanto Briguglio omaggia: «Va detto che Gianfranco non può essere espunto dalla storia della destra anche perché dalle tesi di Fiuggi nessuna destra potrà mai tornare indietro». Si spengono gli sguardi un po’ timidi e un po’ ipocriti, perché la sala ora scoppia di verità: è (ancora) un mondo spezzato, qualcuno ha perdonato e altri no, dove tutti hanno un po’ ragione e un po’ torto attorno a questa contraddizione: ha vinto Giorgia, ha perso Gianfranco, ma Giorgia avrebbe vinto senza Gianfranco?

Arriva Ignazio La Russa. Sono amici. Confida che gli consigliò la presidenza della Camera, «commisi un errore». Di aver preferito Berlusconi alla scissione di Fli: «Ma tu lasciasti il Pdl per andare verso il centro, Gianfranco, l’avessi fatto verso destra sarei stato con te». E comunque, la storia doveva finire male: «All’inizio Silvio mi disse di Fini: “È proprio bravo, davvero, fantastico, il migliore, potrebbe venire a lavorare per me..”». Lo sconfitto ride. La Russa concede: «Sei un caposaldo della nostra storia. Hai costruito il passaggio dalla destra della nostalgia a quella moderna. Però una cosa non ti perdono: l’unico eletto nelle liste di Fli fu Della Vedova, Delle Vedove, quello...». Un ex radicale: orrore

Finisce così, amaro e dolce assieme. In un rito crudele, liberatorio, spietato. Ma Briguglio è comunque il primo ad averci provato.

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