«Giancarlo, qualche paletto va messo. Così non va». Prima di sconfessare pubblicamente il concordato e le migliaia di lettere spedite dall’Agenzia delle Entrate, Matteo Salvini avvisa per telefono il titolare del Mef, all’ora di pranzo. Non è una strigliata al ministro leghista dell’Economia, ma un messaggio al suo vice in via XX Settembre, il meloniano Maurizio Leo, il tributarista che ha architettato il meccanismo con cui il governo punta a fare cassa, per finanziare, spera, un altro taglio dell’Irpef nel 2025. A Giorgetti, Salvini anticipa quello che dirà poco dopo a margine di un sopralluogo sull’A4, nel Bresciano.
Non solo una bocciatura delle 700 mila pec inviate dalle Entrate per comunicare possibili «anomalie» ai contribuenti e sollecitare l’adesione al concordato biennale riaperto fino al 12 dicembre, lettere che per il vicepremier sono «inquisitorie», sbagliate «nel metodo e nel merito». Salvini stavolta cassa il concordato, a tutto tondo. «Se uno strumento non funziona è i…
«Giancarlo, qualche paletto va messo. Così non va». Prima di sconfessare pubblicamente il concordato e le migliaia di lettere spedite dall’Agenzia delle Entrate, Matteo Salvini avvisa per telefono il titolare del Mef, all’ora di pranzo. Non è una strigliata al ministro leghista dell’Economia, ma un messaggio al suo vice in via XX Settembre, il meloniano Maurizio Leo, il tributarista che ha architettato il meccanismo con cui il governo punta a fare cassa, per finanziare, spera, un altro taglio dell’Irpef nel 2025. A Giorgetti, Salvini anticipa quello che dirà poco dopo a margine di un sopralluogo sull’A4, nel Bresciano.
Non solo una bocciatura delle 700 mila pec inviate dalle Entrate per comunicare possibili «anomalie» ai contribuenti e sollecitare l’adesione al concordato biennale riaperto fino al 12 dicembre, lettere che per il vicepremier sono «inquisitorie», sbagliate «nel metodo e nel merito». Salvini stavolta cassa il concordato, a tutto tondo. «Se uno strumento non funziona è inutile insistere». Meglio, per il segretario del Carroccio, rilanciare la rottamazione delle cartelle, sfilata dalla manovra ma su cui gli ex lumbard non mollano la presa: a Montecitorio ha già protocollato una proposta di legge Alberto Gusmeroli, presidente della commissione Attività produttive.
Anche FI è irritata dalle lettere. Strana convergenza con la Lega. Anche se i toni restano molto diversi. Ma quale sia l’umore tra i post-berlusconiani, lo fa capire Alessandro Cattaneo, responsabile dei dipartimenti azzurri: «Il cittadino non va visto come oggetto di persecuzione fiscale». Anche Cattaneo poi allude a Leo, fautore del redditometro rottamato dalle polemiche a maggio: «Quando c’è stato il redditometro - riprende Cattaneo - abbiamo detto subito di essere contrari, oggi ci teniamo a chiarire che è bene evitare ogni iniziativa che si presti ad equivoci». Chiosa soft: «Sicuramente non è il caso di questa lettera, basta chiarire». Gli azzurri, a differenza dei leghisti, non contestano però il concordato, descritto come «un vantaggio» dal portavoce nazionale, Raffaele Nevi. Il nodo è lo scivolone comunicativo. E, sottotraccia, anche l’irritazione verso Leo per non avere assecondato le richieste di Tajani, che vorrebbe subito, in manovra e non nei primi mesi del 2025, un taglio della seconda aliquota Irpef, dal 35% al 33%, per aiutare il ceto medio.
Anche da palazzo Chigi, secondo fonti di maggioranza, viene chiesto al numero due del Mef di spiegare. Ma FdI, al contrario di quanto accadde sul redditometro, stavolta fa quadrato attorno a Leo. Anzi, da via della Scrofa trapela insofferenza per gli attacchi leghisti. Il vice-capogruppo Manlio Messina viene incaricato allora di difendere il viceministro a spada tratta. Il collega Marco Osnato, presidente della commissione Finanze, sente le associazioni dei commercialisti per dispensare rassicurazioni. Lo stesso Leo alla fine risponde tramite una nota, che è anzitutto una replica a Salvini: «Nessuna intenzione di vessare o intimorire». Le lettere? «Un’ordinaria comunicazione per segnalare eventuali anomalie. Chi ha adempiuto agli obblighi potrà non tenerne conto». Per rassicurare gli alleati poi sollecita le Entrate a pubblicare alcuni chiarimenti. Messaggio di distensione: «La comunicazione non anticipa un’attività di controllo».
Schermaglie a parte, il cantiere manovra è tutt’altro che chiuso. Servirà un altro vertice di maggioranza: lunedì Giorgetti incontrerà al Mef i quattro relatori alla Camera, uno per ogni partito della coalizione. Forse lo stesso giorno ne riparleranno anche Meloni e i due vicepremier, a margine del cdm. Il titolare del Tesoro per ora evita di intervenire sullo scontro sul concordato, convinto da tempo che la misura andrà valutata alla fine, quando si capirà quanto avrà portato in cassa. Punta invece su un annuncio, Giorgetti, a stretto giro: il taglio dell’Ires per le imprese che reinvestono gli utili in azienda. Lo ritiene indispensabile per dare un segnale all’industria. Entrerà nella legge di bilancio. Lo chiede da tempo Confindustria, che propone una riduzione dell’imposta dal 24 al 19%. In questa forma, però, costa troppo. Si tratta sulla soluzione finale. Ma Salvini e Tajani fanno già a gara per intestarsi il risultato.