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Il maquillage di Atreju, la destra si autocelebra con Bertinotti e Bonolis

Primo giorno dell’edizione 2024 di Atreju ‘La Via Italiana’ al Circo Massimo Roma, 08 dicembre 2024. ANSA/FABIO CIMAGLIA  (ansa)

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Festa di FdI al Circo Massimo. Maxi cartonati di Meloni, sfottò e vittimismo
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ROMA — Freddo cane. Pioggia battente. Taccuini bagnati. Persino i re Magi giunti da Capranica sono mogi. Scusi, lei vota per Fratelli d’Italia? «Madeché». Poi nel buio Arianna Meloni pigia un tasto e si accendono le luci dell’albero di Natale. Fiat lux. Ed è subito Atreju, la festa del potere meloniano.

Quest’anno la celebrano al Circo Massimo. Mancano solo i leoni e i gladiatori. È l’ora della “Via Italiana”, così l’hanno battezzata. Durerà una settimana: luminarie, casette natalizie, la pista di pattinaggio, dibattiti bipartisan con i governatori Pd De Pascale ed Emiliano. «Siamo la casa di tutti», dichiara l’onorevole Paolo Trancassini, con pacatezza democristiana. E infatti, a parte Schlein e Renzi, arriveranno 378 ospiti, persino Conte e Calenda. La premier Giorgia Meloni invece parlerà domenica, per le conclusioni. L’anno scorso fu l’ora di Musk, quest’anno è atteso il presidente argentino Milei.

Dopo due anni di governo il melonismo si è fatto Stato. E sebbene gli italiani no…

ROMA — Freddo cane. Pioggia battente. Taccuini bagnati. Persino i re Magi giunti da Capranica sono mogi. Scusi, lei vota per Fratelli d’Italia? «Madeché». Poi nel buio Arianna Meloni pigia un tasto e si accendono le luci dell’albero di Natale. Fiat lux. Ed è subito Atreju, la festa del potere meloniano.

Quest’anno la celebrano al Circo Massimo. Mancano solo i leoni e i gladiatori. È l’ora della “Via Italiana”, così l’hanno battezzata. Durerà una settimana: luminarie, casette natalizie, la pista di pattinaggio, dibattiti bipartisan con i governatori Pd De Pascale ed Emiliano. «Siamo la casa di tutti», dichiara l’onorevole Paolo Trancassini, con pacatezza democristiana. E infatti, a parte Schlein e Renzi, arriveranno 378 ospiti, persino Conte e Calenda. La premier Giorgia Meloni invece parlerà domenica, per le conclusioni. L’anno scorso fu l’ora di Musk, quest’anno è atteso il presidente argentino Milei.

Dopo due anni di governo il melonismo si è fatto Stato. E sebbene gli italiani non si siano mai innamorati di «Giorgia», come avvenne per Berlusconi, sembrano accettarla come si manda giù una medicina amara. «Elly Schlein fa come può, è la leader di un centrosinistra molto malconcio», commenta Fausto Bertinotti, in compagna della moglie Lella, elegantissima. Li scorta Giovanni Donzelli. Bertinotti è l’ospite perfetto per i salotti della destra: si batte per una sinistra alla Mao Tse-Tung che non andrà mai a palazzo Chigi. E infatti, arrotando la erre, dice: «Non è questione di alleanze, ma della mancanza di un profilo alternativo». Come se si potesse vincere da soli. La sinistra italiana così continuerà a vivere come quegli uomini che trascorrono metà vita nell’attesa e l’altra nei rimpianti. Gianfranco Rotondi, sopravvissuto a mille traslochi, commenta sornione: «Il potere logora chi non ce l’ha».

Al riparo dell’acquazzone Arianna Meloni chiacchiera con Nunzia De Girolamo, già Forza Italia. I militanti le chiedono selfie. Un tempo i questuanti facevano la fila per l’ex marito Francesco Lollobrigida. «Signora Bertinotti, che effetto le fa essere qui? «Non mi esprimo!». Marcello Pera, intervistato da Tommaso Labate, invita a riscoprire l’identità nazionale: «Il progressista vuole costruire l’uomo nuovo, il conservatore tenere i piedi per terra». Sembra l’Italia descritta da Longanesi: «Il tempo trascorre felice, si vive con dieci lire al giorno». Il sogno di Giorgia in fondo è tutto qui: tirare a campare senza noie. Il culto della personalità è a livelli coreani. Gigantografie. Tazebao con i mirabolanti risultati ottenuti finora, uno sulle migliori gufate dell’opposizione, tipo quella di Calenda dell’ottobre 2022: «Il governo durerà sei mesi».

Poi sale sul palco Gianmarco Mazzi, uno dei Richelieu dello Zeigeist contemporaneo, che si mette a citare Ivano Fossati de La Musica che gira intorno: «Per niente facili/uomini così poco allineati». E il preludio al dibattito con Pietrangelo Buttafuoco, Paolo Bonolis e Fausto Bertinotti. dal titolo “Uomini non allineati”. Dopo tre anni al comando prevale ancora una volta la retorica del vittimismo, di quelli che si oppongono al conformismo imperante, «al pensiero unico», «il totalitarismo morbido», come se le parole d’ordine prevalenti, in Italia e in Europa, non fossero ormai rigorosamente sovraniste.

Nonostante l’ammirevole sforzo di Buttafuoco, presidente della Biennale, l’unico intellettuale di cui dispone la destra, il dibattito non sembra scaldare la platea. «Questa è una domanda troppo colta per un povero militante come me», ammette a un certo punto Bertinotti. E anche Bonolis sembra un po’ fuori posto rispetto al tema: «Non ho mai fatto politica né intendo farlo». E poi perché Bonolis sarebbe un non allineato? Perché è qui? Bertinotti ricorda l’esordio in politica a Genova nel 1960, con le magliette a strisce, contro il Msi, rimpiange il Novecento che ha ucciso le culture critiche, non allineati significa poter dire «non ci sto», cita Adriano Olivetti che «pensava che nessuno potesse avere un reddito superiore di dieci volte alla media dei suoi lavoratori, ora l’ad di Stellantis prende 500 volte quello degli operai. I cattivi hanno vinto».

Poi Bonolis fa Bonolis. Imita Berlusconi che una sera a palazzo Grazioli gli offrì, davanti a un risotto tricolore, di fare il portavoce di Forza Italia: «Le cambierà la vita». E lui: «Ma come faccio a fare il portavoce di un partito che non ho manco votato». E a proposito di non allineati cita l’episodio di quel tale che un giorno in via della Farnesina bloccò il traffico attraversando la strada in diagonale. Un automobilista romano calò il finestrino e gli disse con studiata teatralità: «Aho, ricordate che sei un pedone, mica na alfiere». La sala si abbandona a una risata liberatoria.

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