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Centristi a caccia del federatore. Alcuni cattolici dem guardano a Ruffini

Ernesto Maria Ruffini

 
Il direttore dell’Agenzia delle Entrate con la politica nel sangue è l’uomo che hanno individuato come l’unico in grado di ricucire le fratture di un campo ora all’opposizione
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Ha lo sguardo timido di Ernesto Maria Ruffini il papa straniero che un certo mondo cattolico poco a suo agio nel Pd di Elly Schlein stava cercando per tornare a sentirsi a casa in un centrosinistra incapace di stare insieme, dilaniato dalla lotta tra leader. È lui, il direttore dell’Agenzia delle Entrate con la politica nel sangue – suo padre Attilio fu partigiano bianco e più volte ministro democristiano - l’uomo che gli orfani della Balena bianca di rito moroteo hanno individuato come l’unico in grado di ricucire le fratture di un campo ora all’opposizione, dove la Chiesa non è più al centro del villaggio, spazzato via da un secolarismo teso solo a gestire il presente, senza più guardare al futuro. Incoronato come il nuovo Prodi, pur senza dichiararlo esplicitamente, nel corso di un seminario dal titolo evocativo: “Dopo Trieste. In cammino per andare dove?”. Continuazione ideale dell’ultima settimana sociale dei cattolici in Italia – “Al cuore della democrazia “ – celebrata a luglio…

Ha lo sguardo timido di Ernesto Maria Ruffini il papa straniero che un certo mondo cattolico poco a suo agio nel Pd di Elly Schlein stava cercando per tornare a sentirsi a casa in un centrosinistra incapace di stare insieme, dilaniato dalla lotta tra leader. È lui, il direttore dell’Agenzia delle Entrate con la politica nel sangue – suo padre Attilio fu partigiano bianco e più volte ministro democristiano - l’uomo che gli orfani della Balena bianca di rito moroteo hanno individuato come l’unico in grado di ricucire le fratture di un campo ora all’opposizione, dove la Chiesa non è più al centro del villaggio, spazzato via da un secolarismo teso solo a gestire il presente, senza più guardare al futuro. Incoronato come il nuovo Prodi, pur senza dichiararlo esplicitamente, nel corso di un seminario dal titolo evocativo: “Dopo Trieste. In cammino per andare dove?”. Continuazione ideale dell’ultima settimana sociale dei cattolici in Italia – “Al cuore della democrazia “ – celebrata a luglio e scandita dai discorsi di Francesco e di Sergio Mattarella sulla necessità dell’impegno dei cristiani in politica.

L’inizio di un percorso

Forte delle sue solide relazioni con il capo dello Stato, più volte citato, e soprattutto con il Professore che tenne a battesimo l’Ulivo, Ruffini in principio nega le indiscrezioni mediatiche che lo vogliono alla testa di questo nuovo movimento. “Lasciatemi sgombrare il campo da un equivoco di fondo”, esordisce, sollecitato dall’ex senatore dem Lucio D’Ubaldo, seduto accanto a padre Francesco Occhetta, gesuita bergogliano, e all’ex ministro prodiano Beppe Fioroni. “Non è la prima volta che partecipo a occasioni di questo genere. L’ho sempre fatto e continuerò a farlo, senza nulla togliere al mio lavoro in Agenzia”, avverte. “Nel leggere i giornali mi accorgo che siamo ormai troppo abituati ai talent show e alle nomination. Quasi ormai rassegnati all’idea di un Paese o di una democrazia che possa essere salvata da una persona o da un nome, senza neanche aver chiara quale sia l’idea di Paese che abbiamo in mente”, prosegue. “Ecco, questo modo di vedere e affrontare la realtà non appartiene alla mia cultura e nemmeno direi alla cultura e all’esperienza cattolica di cui oggi parliamo. In realtà, il Paese appartiene a tutti e tutti siamo chiamati a occuparcene. Ognuno nel tempo e nel luogo in cui si trova”. Premessa indispensabile per declinare, subito dopo, un manifesto di valori e di azioni concrete che sembra proprio l’inizio di un percorso, una discesa nell’agone politico.

Il manifesto dei valori

Nella cornice della Lumsa, l’università cattolica, davanti a una platea infarcita di ex democristiani, da Peppe Gargani ad Ernesto Preziosi, il capo delle Entrate parla di bene comune, che non può essere ridotto “a una sfida tra persone per trovare chi meglio incarna, magari per lo spazio di un mattino, il ruolo di salvatore della Patria o di uno schieramento. Non c’è salvezza senza corresponsabilità”, dice, alludendo anche a se stesso. Non è ciò che lui vuol fare. Bensì seguire la strada indicata da Mattarella e Bergoglio durante la settimana sociale della Chiesa. “Aver scelto il tema della democrazia dimostra la consapevolezza di quanto sia importante quello che tiene insieme una comunità, a prescindere dalle opinioni politiche e dal credo dei singoli”. Perché “non ci si può mai accontentare di una democrazia a bassa intensità, dove troppi elettori hanno rinunciato a esercitare il loro diritto di voto e, prima ancora, a prendersi cura della comunità in cui vivono”. È il motivo per cui serve “l’impegno di ognuno di noi”, esorta Ruffini. “Con la partecipazione attiva, consapevole e più diffusa possibile”. Un discorso che non risparmia fendenti al governo: “Non esiste, né può esistere una democrazia solo della maggioranza (che decide in solitaria, senza prendere seriamente in considerazione le ragioni, le aspettative e i diritti di tutti gli altri, anche della minoranza). Ma non può esistere nemmeno una democrazia senza una minoranza attiva, che rimane a casa, in panchina, in attesa del proprio turno” e così anche le opposizioni sono servite. Un invito al dialogo e al rispetto reciproco poiché “non può esistere una democrazia a stagioni alterne: la democrazia o è sempre di tutti o non è”.

I cattolici si mettono in cammino

Tuttavia è sul finale che si intuisce che qualcosa potrebbe accadere, anche se non a brevissimo. Ossia quando Ruffini spiega che il dopo Trieste, “si gioca anche sulla capacità di non rimettersi seduti, ma di continuare il cammino, di fare rete e far circolare i temi emersi. Essere spettatori, a maggior ragione in un’epoca come quella attuale, è un lusso che non ci possiamo permettere”, incalza. Insieme a un altro: “Il lusso del pessimismo”. E allora “l’unico modo per combattere il pessimismo e per reagire alla rassegnazione è l’impegno”: ecco il passaggio rivelatore. “Un impegno serio, costante, direi anche gravoso”, insiste. “Un impegno che tenga conto delle curve della democrazia, dei suoi tempi da rispettare per ascoltare diverse voci”. Questo è ciò che i cattolici di sinistra hanno intenzione di fare, adesso. Rimettersi in moto. Con “un metodo”. E contando sulla “rete degli amministratori”, civici e moderati e progressisti, che hanno affollato le giornate triestine. Senza aggrapparsi a un salvatore della patria. Ma avendo ben chiaro in mente da chi vogliono farsi guidare. Ernesto Ruffini. Chiamato presto a sciogliere il dilemma: lasciare l’incarico pubblico che riveste per buttarsi nella più temeraria delle imprese. Federare il centrosinistra. Operazione che non sembra dispiacere neppure agli ex dc di stanza nel Pd, a cominciare da Dario Franceschini.

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