Tredici mesi esatti da quando è uscita dalla Corte costituzionale la giudice Silvana Sciarra. Mentre il 21 dicembre scadrà anche il mandato degli altri tre giudici (compreso il presidente Augusto Barbera). Ma l’accordo sui quattro nomi resta in alto mare. E oggi c’è stata ancora una chiamata a vuoto in Parlamento - la dodicesima per sostituire Sciarra, la terza per sostituire Barbera, Modugno e Gasperetti - in attesa che il quorum tra i due livelli delle elezioni sia parificato e la maggioranza richiesta si attesti ai tre quinti. A partire dal prossimo scrutinio il Parlamento potrebbe - condizionale irrinunciabile - eleggere il nuovo quartetto della Consulta. Ma con una incognita che non farebbe onore al Parlamento: sia all’interno della maggioranza, sia tra le opposizioni manca non solo la convergenza, ma anche una rosa di nomi solidi per il profilo di una giurista da destinare al tavolo della Consulta.
Caduti, per ora, tutti gli inviti a far presto. Proprio oggi Barbera nel suo disc…
Tredici mesi esatti da quando è uscita dalla Corte costituzionale la giudice Silvana Sciarra. Mentre il 21 dicembre scadrà anche il mandato degli altri tre giudici (compreso il presidente Augusto Barbera). Ma l’accordo sui quattro nomi resta in alto mare. E oggi c’è stata ancora una chiamata a vuoto in Parlamento - la dodicesima per sostituire Sciarra, la terza per sostituire Barbera, Modugno e Gasperetti - in attesa che il quorum tra i due livelli delle elezioni sia parificato e la maggioranza richiesta si attesti ai tre quinti. A partire dal prossimo scrutinio il Parlamento potrebbe - condizionale irrinunciabile - eleggere il nuovo quartetto della Consulta. Ma con una incognita che non farebbe onore al Parlamento: sia all’interno della maggioranza, sia tra le opposizioni manca non solo la convergenza, ma anche una rosa di nomi solidi per il profilo di una giurista da destinare al tavolo della Consulta.
Caduti, per ora, tutti gli inviti a far presto. Proprio oggi Barbera nel suo discorso di commiato dice: "Le ascendenze culturali di ognuno non valgono di per sé se non sono accompagnate dalla capacità di convincere tutto il collegio" e per questo non hanno motivo di continuare "i tormenti del Parlamento sulla scelta dei nuovi giudici, è il collegio che decide" e 'la Corte costituzionale si basa sul contemperamento e bilanciamento di valori e interessi, e nessun valore è tiranno".
Sia il presidente Mattarella, sia lo stesso vertice della Consulta avevano già posto l’accento sulla necessità di colmare questo vuoto. Ad oggi, infatti, sui quindici giudici della Consulta, possono partecipare alle udienze solo in undici (in quanto i tre membri in scadenza non sarebbero comunque al loro posto al momento dell’approvazione delle sentenze): ed è il livello minimo. Basta un’influenza di stagione per mandare il tilt il calendario dei lavori.
Ma in Parlamento l’accordo di fondo siglato tra maggioranza e opposizione – due profili tra meloniani e azzurri, uno espresso dal Pd con appoggio dei 5S, ed il quarto condiviso - fatica a trovare il punto di caduta sui nomi. Unica certezza: Fdi intende portare fino in fondo l’elezione del professor Francesco Saverio Marini, consulente giuridico di Meloni e “padre” del premierato, per il quale erano state portate avanti quelle forzature, negli scorsi scrutini, rivelatesi un flop meloniano. Per Forza Italia, sono in lizza sia il viceministro di via Arenula Francesco Paolo Sisto (“Si corre sempre il rischio di entrare papa e uscirne cardinale”, gli hanno sentito dire i colleghi) sia Pierantonio Zanettin, capogruppo della commissione giustizia in Senato: ma il derby tra i due è così stringente, che si fa strada l’ipotesi del terzo vincente tra i due litiganti.
Per gli altri due profili, tornano i nomi di Roberto Garofoli, il magistrato già sottosegretario a palazzo Chigi con Draghi premier – e di Sandro Staiano, il professore, già a capo del Dipartimento della Federico II e presidente dei costituzionalisti italiani. Sono nomi valutati anche dal Pd. Che ha un primo serio problema sul nome del candidato: che, al momento, non c’è all’orizzonte una candidata. “Stiamo valutando varie opzioni ma occorre sia per uomini che per le donne che ci sia una storia e uno standing autorevoli, in grado di incidere e portare un contributo riconosciuto da tutti – allarga le braccia una parlamentare dem – Sarebbe non solo svilente ma anche controproducente offrire dei nomi di donna solo perché rosa. Ma vale per tutti”. Tramontate, peraltro, le candidature di Anna Finocchiaro e anche di Marilisa D’Amico, la prof moglie dell’ex giudice della Consulta Zanon. Torna invece, sempre tra i dem, l’opzione del costituzionalista romano Massimo Luciani, tra i firmatari del ricorso (vincente) della Puglia contro l’Autonomia differenziata.
Il tempo gioca contro. Ne è trascorso già troppo. “Io spero proprio che si riesca, che il Parlamento sia rapido. Il lavoro della Corte non può essere sottoposto ad un virus, a un raffreddore”, aveva commentato solo otto giorni fa, il presidente della Corte Augusto Barbera, arrivato a fine mandato e interpellato a margine di un evento. E già la scorsa estate il presidente Mattarella aveva indicato come un vulnus la mancata elezione del giudice mancante. Non è certo la prima volta in cui il Quirinale è costretto a sottolineare i ritardi prolungati. Riecheggia il suo monito, ottobre 2015, quasi dieci anni fa, quando per analoghe lungaggini fu costretto a osservare: “È della massima urgenza” ripristinare l’operatività della Corte. Ma erano tre giudici mancanti. La situazione attuale è ancora più complicata. E la prossima convocazione utile potrebbe arrivare, salvo rocambolesche soluzioni, solo a gennaio inoltrato. Con la conseguenza che, a eleggere il nuovo presidente della Consulta, dopo la scadenza di Barbera, potrebbero essere solo in undici.