Fabio Pinelli, vicepresidente del Consiglio Superiore della magistratura, siamo in pieno conflitto. Politica contro toghe. Di pochi giorni fa la notizia della giudice Apostolico che lascia. A chi giova questo clima?
«Distinguerei i piani. Intanto, per rispetto delle storie personali, non parlo di casi dei singoli. Penso che una dialettica, magari anche tesa, tra politica e magistratura può essere fisiologica: sono relazioni tra poteri dello Stato. Ma credo anche che entrambi possano e debbano compiere uno sforzo per non esacerbare le tensioni, e trovare punti condivisi, nell’interesse del Paese. Peraltro, la magistratura dà il suo contributo sui temi di giustizia, ma nelle democrazie le regole le fa la politica e ai giudici spetta il compito di farle rispettare e di accertare le responsabilità individuali».
Fabio Pinelli, vicepresidente del Consiglio Superiore della magistratura, siamo in pieno conflitto. Politica contro toghe. Di pochi giorni fa la notizia della giudice Apostolico che lascia. A chi giova questo clima?
«Distinguerei i piani. Intanto, per rispetto delle storie personali, non parlo di casi dei singoli. Penso che una dialettica, magari anche tesa, tra politica e magistratura può essere fisiologica: sono relazioni tra poteri dello Stato. Ma credo anche che entrambi possano e debbano compiere uno sforzo per non esacerbare le tensioni, e trovare punti condivisi, nell’interesse del Paese. Peraltro, la magistratura dà il suo contributo sui temi di giustizia, ma nelle democrazie le regole le fa la politica e ai giudici spetta il compito di farle rispettare e di accertare le responsabilità individuali».
Eppure, le misure tracciate dal governo sembrano offrire un unico disegno: spuntare le armi ai pm, zittire toghe e libera stampa.
«Mi permetto di esprimere il mio dissenso su questa sua ricostruzione…»
Ogni giorno c’è un bavaglio. Lunedì è passato quello che vieta ai cronisti di citare tutte le ordinanze.
«Il libero esercizio del diritto di cronaca non è in discussione: è garantito dalla Carta. Che, però, non lo considera un diritto assoluto. Va contemperato con la tutela della persona indagata, con la sua presunzione di innocenza e la sua dignità. E la dignità non si acquista per merito e non si perde per demerito. Per non dire della tutela dei terzi, non indagati, a vario titolo coinvolti nell’indagine».
E la separazione delle carriere usata come una clava? Autorevoli avvocati, non giudici, spiegano che la riforma non renderà la giustizia più efficiente. Servirà solo a spendere più risorse.
«L’autorità politica ha il diritto e il dovere di proporre le riforme che ritiene utili. È vero, per altro verso, che una diversa architettura costituzionale non determina, in automatico, l’efficientamento del servizio giustizia, che trova ragione in altri e diversi profili: risorse, organizzazione, digitalizzazione. E, prima ancora, ruolo e limiti della giurisdizione nel tempo dei conflitti».
Ha premesso che non parlerà della sua visita alla premier, iniziativa che ha irritato il Colle e i consiglieri. Parliamo però di quanto ha chiesto Mattarella dopo le reazioni seguite alle sentenze sui migranti: no a visioni di parte, le istituzioni non possono approfondire i solchi.
«La forza istituzionale del Csm sta tutta nel presidente della Repubblica, che presiede l’organo. Il capo dello Stato sta ribadendo tanti principi fondamentali, anche quelli che magari non sono ripresi...».
Si riferisce a questo: “I magistrati sono soggetti alla legge e devono rispettare i loro limiti”?
«Ecco. M’ero permesso di dire, a Firenze, che i magistrati non sono soggetti solo alla Costituzione ma anche alla legge. Un elemento di tutela, per me: perché risiede lì la radice della legittimazione della loro autonomia e indipendenza. Non è solo una questione di diritto, ma un’urgente questione di salute della democrazia».
In che senso?
«Parlo della necessità di rimettere a fuoco e in equilibrio, con una visione dall’alto, il principio della separazione dei poteri».
Il Csm ha varato i nuovi criteri per le nomine: passa il testo che lascia più discrezionalità. Ma il plenum si spacca e volano parole grosse.
«È stata adottata una delibera essenziale nella vita del Csm. Credo che l’ambizione del Consiglio, e di chi ha lavorato alle due proposte, fosse quella di restituire credibilità e autorevolezza al Consiglio. Ecco perché l’auspicio del presidente Mattarella di arrivare alla proposta unitaria doveva essere ascoltata».
Lei si è astenuto, severo: “Stiamo dicendo al Paese che non ci fidiamo di noi stessi”. Perché?
«Perché le due opzioni in campo, secondo me, non valorizzavano fino in fondo il talento, la capacità e il merito, che vanno premiati nel percorso di ciascun magistrato».
Ieri, fumata nera in Parlamento sui 4 giudici della Consulta. Alla maggioranza non è riuscito subito il colpo di mano per eleggere Marini, vicino a Meloni. Non sono forzature che feriscono le istituzioni?
«Comprendo fino a un certo punto le polemiche. In passato sono state nominate alla Consulta personalità con un loro profilo politico, che si riconoscevano senza ipocrisie in un’area. Non c’è dubbio che occorra una sintesi. Sono certo che il Parlamento, tenuto conto della non più rinviabile necessità di nominare i quattro giudici entro l’anno, saprà responsabilmente e con senso istituzionale trovare la sintesi l’intesa necessaria».