Per evitare l’impatto frontale contro il referendum sull’autonomia, Roberto Calderoli le ha provate tutte. Durante l’ultimo consiglio dei ministri, lunedì scorso, il leghista ha iniziato a leggere una corposa relazione sulla sentenza con cui la Consulta ha rilevato alcuni profili di incostituzionalità della legge. Era la premessa per chiedere a palazzo Chigi di tentare un blitz, modificando anche per decreto la riforma in modo da evitare la consultazione popolare. Mentre leggeva, ha alzato la mano Antonio Tajani: «Va bene, Roberto, grazie, diamolo per letto…». Il segnale che Forza Italia, con la copertura politica di Giorgia Meloni, non avrebbe consentito una nuova forzatura del Carroccio. Al contrario, la premier sembra prepararsi ad affrontare i referendum con una linea che dovrebbe suonare così: evitate le urne, facciamo fallire questo voto.
Non che la presidente del Consiglio viva con serenità il bivio, anzi: intravede un enorme macigno lungo la rotta. Chiamare gli italiani a gi…
Per evitare l’impatto frontale contro il referendum sull’autonomia, Roberto Calderoli le ha provate tutte. Durante l’ultimo consiglio dei ministri, lunedì scorso, il leghista ha iniziato a leggere una corposa relazione sulla sentenza con cui la Consulta ha rilevato alcuni profili di incostituzionalità della legge. Era la premessa per chiedere a palazzo Chigi di tentare un blitz, modificando anche per decreto la riforma in modo da evitare la consultazione popolare. Mentre leggeva, ha alzato la mano Antonio Tajani: «Va bene, Roberto, grazie, diamolo per letto…». Il segnale che Forza Italia, con la copertura politica di Giorgia Meloni, non avrebbe consentito una nuova forzatura del Carroccio. Al contrario, la premier sembra prepararsi ad affrontare i referendum con una linea che dovrebbe suonare così: evitate le urne, facciamo fallire questo voto.
Non che la presidente del Consiglio viva con serenità il bivio, anzi: intravede un enorme macigno lungo la rotta. Chiamare gli italiani a giudicare il Jobs Act, le regole sulla cittadinanza, le norme sulla sicurezza sul lavoro e, appunto, l’autonomia, può produrre una saldatura di mondi ostili all’esecutivo: il Sud, i sindacati, cattolici e progressisti. Certo, raggiungere il quorum del 50% resta un’impresa. Forse però meno complessa di come si ipotizzava fino a poche settimane fa.
Sia chiaro: un conto è la strategia per far fallire i referendum, altro la volontà di assecondare la rincorsa della Lega per evitare la conta sull’autonomia. Calderoli, come detto, le prova tutte. Qualche giorno fa ha tentato di far inserire nella legge di bilancio un emendamento utile a superare i rilievi della Corte, ma è stato subito bloccato da palazzo Chigi. Una mossa, quella di Meloni, che ha solo anticipato quello che sarebbe stato l’ovvio stop del Colle.
E però, resta il timore di Meloni di unire nella lotta galassie avverse. Nasce da qui la tentazione di guidare l’appello alla diserzione referendaria. Anche perché le alternative non sono migliori. La prima passa da una rapida elezione dei quattro giudici mancanti della Consulta, per spostarne gli equilibri: anche riuscendoci nella prima metà di gennaio, è improbabile che possano entrare in carica prima che si chiuda la camera di consiglio, pochi giorni dopo. L’altra opzione è trovare un accordo dentro la maggioranza: improbabile, quantomeno.
La finestra per cambiare la legge ed evitare il referendum è infatti stretta, visto che Meloni sembra intenzionata a convocare l’eventuale consultazione a ridosso della prima data utile, che è il 15 aprile, accorciando così la campagna elettorale. E poi, servirebbe un patto tra Lega e Forza Italia, che litigano prima ancora di cominciare a trattare. Ecco perché il Carroccio preferirebbe un blitz parlamentare alla ripresa dei lavori di inizio anno, mentre gli azzurri — e in particolare i governatori del Sud — resistono.
Da queste considerazioni nasce il progetto meloniano di scommettere sul fallimento del passaggio referendario. Lo si intuisce anche dalle parole di Ignazio La Russa, durante lo scambio di auguri di Natale: «Ben venga l’eventuale referendum, affinché possano essere gli italiani a decidere». Più esplicito ancora Alberto Balboni, presidente della Commissione Affari costituzionali di palazzo Madama, che parla come se neanche esistesse l’ipotesi di modifiche. «In caso di via libera della Consulta ai quesiti spero che il confronto fra fronte del no e fronte del sì avvenga nel merito».
Non che Meloni non tema contraccolpi, anzi. Teme mesi complessi, spiegano dal cerchio magico. Mesi in cui potrebbe tornare la minaccia del grande reset, per tagliare di netto i nodi politici convocando nuove elezioni politiche. Minacce, appunto: ma radiografia di uno stato d’animo evidente anche durante gli auguri ai dipendenti nel cortile di palazzo Chigi. La premier parla da un palchetto allestito ad hoc (mentre un pezzo di sala stampa viene adattato a spogliatoio dei lavoratori che gestiscono il rinfresco): «Riposatevi — dice Meloni — perché quando torneremo dalle poche ferie di Natale che voi avrete — noi poco o niente perché, con la fortuna che abbiamo, succederà sicuramente qualcosa — ci sarà tantissimo lavoro da fare…».