Nardella: “Ora i moderati si uniscano nel nostro campo”
Onorevole Dario Nardella, sembra che stia per nascere una nuova forza di centro, animata da personalità vicine alla sinistra. Senza, la destra non si batte?
«Partiamo dal fatto più eclatante, che però commentiamo solo il giorno delle elezioni per poi dimenticarcene subito: il primo partito del Paese è quello degli astenuti, 24 milioni di italiani che per diversi motivi disertano le urne. Tra questi esiste certamente un elettorato moderato che non vuole votare il centrodestra e al quale il centrosinistra non è ancora riuscito a parlare».
Significa che il Pd, pur avendo al suo interno una forte componente cattolica e riformista, non basta a rappresentare quel mondo?
«Mi pare un fatto positivo se nasce un movimento politico cosiddetto di centro che sta nel nostro campo in uno schema bipolare, in Italia ormai consolidato. Ciò infatti non toglie che il Pd possa continuare a crescere e a dare voce anche alla parte più moderata della società. Penso non solo al mondo cattolico, ma pure …
Onorevole Dario Nardella, sembra che stia per nascere una nuova forza di centro, animata da personalità vicine alla sinistra. Senza, la destra non si batte?
«Partiamo dal fatto più eclatante, che però commentiamo solo il giorno delle elezioni per poi dimenticarcene subito: il primo partito del Paese è quello degli astenuti, 24 milioni di italiani che per diversi motivi disertano le urne. Tra questi esiste certamente un elettorato moderato che non vuole votare il centrodestra e al quale il centrosinistra non è ancora riuscito a parlare».
Significa che il Pd, pur avendo al suo interno una forte componente cattolica e riformista, non basta a rappresentare quel mondo?
«Mi pare un fatto positivo se nasce un movimento politico cosiddetto di centro che sta nel nostro campo in uno schema bipolare, in Italia ormai consolidato. Ciò infatti non toglie che il Pd possa continuare a crescere e a dare voce anche alla parte più moderata della società. Penso non solo al mondo cattolico, ma pure al ceto produttivo, ai piccoli artigiani, alle partite Iva, che non sono certo i poteri forti del Paese».
Non sarà che questa spinta oggi è più avvertita perché Elly Schlein ha spostato il partito troppo a sinistra?
«Con Schlein il Pd ha ripreso a correre, lo dimostrano i sondaggi, come anche le ultime regionali ed Europee, dove la segretaria ha messo in campo liste forti perché plurali, capaci di dare spazio ad anime e sensibilità diverse. È la ragione per cui sono convinto che una nuova gamba centrista con accanto un Pd in espansione ci farà vincere le prossime Politiche».
Serve anche per compensare un’eventuale defezione del M5S, sempre più riluttante?
«Io credo che i Cinquestelle possano, anzi debbano stare nella coalizione progressista. Il punto è cominciare sin da subito a costruire un programma per l’Italia, senza perderci in tatticismi esasperati. Se Conte, Schlein e gli eventuali centristi sostengono posizioni diverse ma complementari, ben vengano! Guardiamo al centrodestra, che Berlusconi è riuscito a tenere unito per anni pur nelle differenze. E come lui, adesso, Giorgia Meloni. Nel centrosinistra non dobbiamo temere le differenze, ma farle convivere — ripeto — nel programma per l’Italia».
Secondo lei l’operazione “cosa bianca” riuscirà? Il fallimento del Terzo Polo non è un buon viatico.
«Ma infatti lo schema tripolare non funziona. Il nostro assetto politico prevede due grandi schieramenti. Come Forza Italia e Noi moderati coprono la parte centrista di quello schieramento, lo stesso dobbiamo fare noi, sapendo però che i partiti non nascono in laboratorio. Occorrerà tempo e un processo che parta dal basso, dalle forze sociali, culturali, civiche».
Renzi dovrà essere della partita?
«Non cadiamo nel solito gioco del toto-nomi. Sala, Ruffini, Renzi... Altrimenti perdiamo di vista la centralità dei temi e delle proposte, che devono venire prima. In questo senso ha ragione il sindaco di Milano quando parla di una pluralità di persone che lavorano insieme a un programma di coalizione».
Quindi non serve neppure un federatore che aiuti a fare sintesi?
«Questa ossessione non mi convince. Di Romano Prodi ce n’è stato uno. Credo piuttosto ad un gioco di squadra».
Calenda però insiste su un centro del tutto autonomo dal Pd.
«L’autonomia politica dei partiti che fanno parte di una coalizione è un fatto scontato: nessuno pensa a un centro eterodiretto dal Pd, non funzionerebbe. Dopodiché questa autonomia deve vivere dentro un patto tra alleati trasparente e chiaro per un progetto alternativo alla destra. Una cosa nuova non può nascere nell’ambiguità di dire agli elettori: oggi sto con il Pd, domani con Fratelli d’Italia».
Vale anche per Conte?
«La scelta di campo vale per tutti».
Lei, Sala e molti altri parlate della necessità di un programma comune, ma poi nessuno vuol sedersi intorno a un tavolo per ragionarci su. Come si risolve?
«Non avremo altri test nazionali prima delle Politiche del 2027, eccetto uno, importantissimo: il referendum sull’autonomia differenziata. Ebbene, usiamo questa opportunità per coagulare il centrosinistra su un’idea di Italia opposta a quella di Meloni e dei suoi alleati. Io credo che proprio da qui si possa iniziare a scrivere quel programma che oggi pare lontano».