“Cancellate la legge paura” . Migliaia in marcia contro il ddl sicurezza
di Marco Carta , Viola GiannoliROMA — Il primo colpo d’occhio su piazzale del Verano è la gigantografia di Meloni che bacia in bocca Mussolini. Potenza dell’iconografia. E già si capisce la postura della piazza. «Siamo qui con il cuore in fiamme e una voce sola perché vogliamo fermare questo ddl che minaccia la democrazia e opporci a questa deriva autoritaria», urla Valentina D’Amore dal camion della manifestazione nazionale contro il ddl sicurezza. «Chi non tace contro le ingiustizie, per l’ambiente, per i diritti diventa un criminale — spiega — E nel mirino ci siamo tutti: migranti, detenuti, donne, lavoratori, studenti».
Dietro di lei sventolano le bandiere, è quasi difficile vederne due uguali. C’è l’arcobaleno della pace e di Libera, il rosso della Cgil, dei Cobas e dei comunisti, il verde dei curdi e di Greenpeace, il giallo di Amnesty, il quadricolore della Palestina, il tricolore del Pd, il bianco dei No Tav,…
ROMA — Il primo colpo d’occhio su piazzale del Verano è la gigantografia di Meloni che bacia in bocca Mussolini. Potenza dell’iconografia. E già si capisce la postura della piazza. «Siamo qui con il cuore in fiamme e una voce sola perché vogliamo fermare questo ddl che minaccia la democrazia e opporci a questa deriva autoritaria», urla Valentina D’Amore dal camion della manifestazione nazionale contro il ddl sicurezza. «Chi non tace contro le ingiustizie, per l’ambiente, per i diritti diventa un criminale — spiega — E nel mirino ci siamo tutti: migranti, detenuti, donne, lavoratori, studenti».
Dietro di lei sventolano le bandiere, è quasi difficile vederne due uguali. C’è l’arcobaleno della pace e di Libera, il rosso della Cgil, dei Cobas e dei comunisti, il verde dei curdi e di Greenpeace, il giallo di Amnesty, il quadricolore della Palestina, il tricolore del Pd, il bianco dei No Tav, No grandi navi e dell’M5s, il nero degli antifascisti e degli anarchici, il fucsia dei movimenti Lgbtq+, e poi le tende portate a spalla dai movimenti per la casa, i collettivi studenteschi, i centri sociali dal Rivolta di Marghera all’Insurgencia di Napoli, gli operai della Gkn, gli imprenditori della cannabis light. Centomila per gli organizzatori, settemila per la questura, decine di migliaia a guardarli dall’alto. «Bentornate zecche rosse!», urlano dal camion. E giù interventi contro Salvini, Piantedosi, Valditara, Bernini.
Mattia Cusani è laureato in legge, guida l’associazione Canapa sativa, in mano tiene una cassetta di piantine: «Sono come il peperoncino non piccante perché non hanno effetto drogante ma il governo per un pregiudizio ideologico vuole cancellare un settore che dà lavoro a 30mila persone».
È uno dei punti più contestati del ddl, insieme all’esecuzione immediata della pena per le donne incinta o neo madri. Ma cori e cartelli parlano soprattutto dell’inasprimento delle pene per chi fa resistenza contro le grandi opere, per chi blocca le strade o i binari a mani alzate, per chi occupa le case, per chi si ribella in carcere o nei Cpr.
«Siamo qui per difenderci da un progetto che ha l’obiettivo di restringere lo spazio democratico e costringere all’indifferenza le realtà sociali», spiega Tommaso Fogli, dell’Unione studenti. Anche Marta va a scuola: «Da un lato si lamentano che non c’è partecipazione giovanile, dall’altro criminalizzano noi studenti travolti da guerre e crisi climatica, che occupiamo le scuole per rivendicare un futuro».
Prende la parola un metalmeccanico: «Lavoro a 400 metri dal deposito di Calenzano, lunedì mattina ho sentito il botto, aveva lo stesso odore di tutte le morti sul lavoro. E non dobbiamo bloccare le strade per denunciarle?». Tocca a Simona Biffignandi di “A Pieno regime”: «La nostra sicurezza è stare qui oggi perché temiamo che anche una manifestazione così non si possa più fare».
Quando dice “così” intende pacifica. Svaniti i timori (o le speranze) di chi immaginava che le ragioni del corteo venissero nascoste dal fumo degli scontri. C’è solo un gruppetto bardato di nero che ogni tanto si stacca e lascia la firma sulle vetrine del Carrefour danneggiate a petardi e su una pompa di benzina ricoperta di scritte: “Free Palestine”, “Eni kills”. Sono una ventina, sorvegliati a vista dal cordone del servizio d’ordine.
Era questo il patto — niente caos — per portare in piazza questo “campo largo” che guarda a sinistra. Lo dicono gli organizzatori: «È una della più grandi manifestazioni contro il governo Meloni». Lo dice pure Nicola Fratoianni di Avs: «Quando mi chiedono quanto largo debba essere il campo, rispondo che le dimensioni del perimetro sono quelle di questa piazza che ha pratiche e parole diverse ma è gioiosa e determinata».
Arriva anche Giuseppe Conte: «Questo è un decreto reazionario che dà una lettura del bisogno di sicurezza completamente deformata». Da lontano gli urlano: «Vergogna, anche voi stavate al governo con la Lega». Per il Pd c’è Francesco Boccia: «Continueremo a opporci in Parlamento, il governo è ossessionato da chi la pensa diversamente e insofferente ai contrappesi democratici».
Di lato sfilano Zerocalcare, Valerio Mastandrea. Michele Riondino, Piotta e Elio Germano: «L’idea di democrazia che sta nella nostra Costituzione è un’altra. Il conflitto sociale andrebbe ascoltato», dice l’attore romano.
Quando è buio il corteo entra in piazza del Popolo, spezza simbolicamente catene di cartone, si mescola alla folla dello shopping. L’ultima immagine è l’enorme albero di natale che illumina lo striscione “Insorgiamo”. Presente indicativo, ma l’appuntamento è già a gennaio, ancora a Roma, il 10, l’11 e il 12. «Assedieremo i palazzi — promettono a migliaia — Il ddl va cancellato».