ROMA — Rischia di trasformarsi in un boomerang l’annuncio che tutti nel centrosinistra in qualche modo aspettavano, ma tanti alla fine hanno giudicato intempestivo e soprattutto maldestro.
A suscitare malumore è stata la notizia data con un’intervista al Corriere da Ernesto Maria Ruffini — da settimane indicato come il federatore in pectore di una nuova formazione centrista da innestare nell’alveo progressista — di aver rassegnato le dimissioni dall’Agenzia delle entrate in polemica con il governo, rivendicando il diritto di esprimere le sue opinioni, anche politiche. Sortita che ha irritato non solo i leader dell’area liberal-riformista, Carlo Calenda in testa, ma pure quanti, esponenti al massimo livello del cattolicesimo democratico, lo avevano incoraggiato a gettare il cuore oltre l’ostacolo. A provare a costruire, dopo il fallimento del Terzo polo, la quarta gamba del centrosinistra (a destra del Pd) in grado di riequilibrare una coalizione che la guida “radicale” di Elly Schlein…
ROMA — Rischia di trasformarsi in un boomerang l’annuncio che tutti nel centrosinistra in qualche modo aspettavano, ma tanti alla fine hanno giudicato intempestivo e soprattutto maldestro.
A suscitare malumore è stata la notizia data con un’intervista al Corriere da Ernesto Maria Ruffini — da settimane indicato come il federatore in pectore di una nuova formazione centrista da innestare nell’alveo progressista — di aver rassegnato le dimissioni dall’Agenzia delle entrate in polemica con il governo, rivendicando il diritto di esprimere le sue opinioni, anche politiche. Sortita che ha irritato non solo i leader dell’area liberal-riformista, Carlo Calenda in testa, ma pure quanti, esponenti al massimo livello del cattolicesimo democratico, lo avevano incoraggiato a gettare il cuore oltre l’ostacolo. A provare a costruire, dopo il fallimento del Terzo polo, la quarta gamba del centrosinistra (a destra del Pd) in grado di riequilibrare una coalizione che la guida “radicale” di Elly Schlein e il possibile accordo con Avs e 5Stelle sbilancerebbe sull’estrema. L’annuncio «non è piaciuto a nessuno», sbuffa un autorevole parlamentare che lavora all’operazione, «è sbagliato nei tempi e nei contenuti».
Stanco di stare sulla graticola, bersagliato dalla maggioranza che da giorni gli chiedeva un passo indietro, Ruffini non ha retto la tensione e ha deciso di accelerare sulla tabella di marcia pensata per avvicinarsi a passo lento alla sua pubblica discesa in campo, considerata strategica per vincere le politiche nel 2027. Oltretutto senza informare i suoi danti causa. Che non l’avrebbero presa benissimo. In particolare Romano Prodi, lo spingitore per eccellenza del “capo degli esattori di Stato”, figlio di un ex ministro dc, già iscritto al Pd renziano (circolo dei Parioli) e da oltre un anno in tour in mezza Italia per presentare la sua ultima fatica letteraria sulla Costituzione, con prefazione di Sergio Mattarella. Un riferimento per il nuovo campione dei moderati di sinistra, insieme ad ambienti vaticani — uno zio omonimo è stato pure cardinale — e ampi spezzoni di mondo cattolico impegnati in politica e nel sociale.
La novità è che, a prescindere da chi la guiderà, l’idea di una gamba centrista per rafforzare l’alleanza sarebbe stata avallata dalla segretaria del Pd. Convinta sia da Dario Franceschini, da sempre fautore del tentativo di intercettare voti altrimenti indirizzati a Forza Italia o all’astensione, sia da quanto accaduto in Liguria. Dove il veto di Giuseppe Conte sulla lista dei moderati ha di fatto provocato la sconfitta di Andrea Orlando alle regionali. Quel che potrebbe succedere alle elezioni generali se Ruffini, Beppe Sala o chi per loro non riusciranno a far nascere la “cosa bianca”.
Il problema del direttore delle Entrate è che, per un mix di fretta e inesperienza, rischia di essersi auto-bruciato. Dopo aver lasciato correre a lungo ogni tipo di indiscrezione sul suo conto, Ruffini prima ha spiegato di non avere alcuna intenzione di scendere in campo, quindi ha attaccato a testa bassa il governo per aver «cambiato il clima» sulla lotta all’evasione e additato i funzionari dell’Agenzia come «estorsori di un pizzo di Stato». Finendo per confermare la volontà di buttarsi nell’arena politica, che prevede in primavera il lancio di un nuovo libro e un nuovo tour. Le sue parole scatenano l’ira della maggioranza. «Un conto è contrastare chi non vuole pagare le tasse, un altro vessare, intimidire e minacciare i contribuenti», attacca la Lega, alludendo alla famosa lettera sul concordato spedita a milioni di contribuenti. Caustico il ministro meloniano Luca Ciriani: «Se ha scelto di fare politica è giusto che lasci». Con l’azzurro Gasparri che invita «a non attribuirsi meriti che non ha».
A fare scudo s’incarica il Pd. A riprova che la gamba centrista non si ferma. Augura «buon vento» a Ruffini, il deputato Enzo Amendola. «Un civil servant di grande levatura» per il responsabile economico Antonio Misiani: «Le sue parole dovrebbero far riflettere gli sciagurati politicanti che usano la propaganda rozza per lisciare il pelo agli evasori». I più agitati sono però quelli che il centro già lo occupano: «La politica non è X Factor», il monito del renziano Enrico Borghi. «Discutiamo di cose serie», taglia corto Calenda. Mentre da +Europa Riccardo Magi avverte: «Bisogna partire dalle forze presenti in quest’area, un percorso che le bypassa non credo possa funzionare».