ROMA — Se si esclude un cane che scodinzola stupito da un arrivo e la manciata di agenti rimasta a sorvegliare il nulla, erano settimane che nel centro per migranti di Gjader non si vedeva nessuno. A sorpresa ieri si è presentata Elly Schlein: «Sono venuta a toccare con mano il fallimento del governo Meloni», racconta al telefono a Repubblica.
Sono le 17,58, ormai buio, la segretaria del Pd è appena uscita, dopo una visita di un paio d’ore, dal centro italiano di trattenimento e detenzione per migranti costruito in Albania, settantasei chilometri a nord di Tirana, vicino al confine con il Montenegro. «Ho trovato esattamente quel che mi aspettavo: un centro totalmente vuoto, del tutto simile a un carcere e non all’hotel a tre stelle di cui ha parlato il ministro Tajani, che vuoto resterà», spiega la segretaria del Partito democratico dopo il lungo tour tra stanze disabitate, materassi immacolati, monitor da videoconferenze spenti, piazzali spopolati racchiusi da mura e reti metalliche alte cinque metri rimaste a proteggere il niente.
«Un completo buco nell’acqua», lo definisce Schlein, «che rende evidente nella sua desolazione l’enorme spreco di risorse di cui questo governo dovrà rispondere. Perché quel che fa male — aggiunge — è pensare che qui sono stati buttati 800 milioni di euro con i quali si sarebbero potuti pagare 6mila infermieri, 7mila insegnanti, realizzare 50mila nuovi posti negli asili nido». «Sì, buttati — insiste — perché in Albania si vìolano i diritti fondamentali delle persone, sì violano le leggi nazionali ed europee e infatti non c’è rimasto nessuno».
Qualcosa o qualcuno in realtà si muove: alle spalle del centro ora esistente, «vanno avanti i lavori di costruzione», racconta la segretaria dem, «ruspe nel deserto per portare subito la capienza a 1044 posti. Surreale visto che le due uniche volte in cui qui è arrivato qualcuno si è trattato di dodici migranti prima e altri sette poi».
Gli operai non sono però i soli ad abitare quel «luogo spettrale» che è diventato Gjader. Nel tour tra aule per le udienze, celle e alloggi, spiega Schlein, c’era quel che è rimasto del personale delle forze dell’ordine e dell’ente gestore, «risorse umane di alta professionalità che potrebbero essere impiegate altrove e con incarichi più gratificanti, a maggior ragione a fronte della cronica carenza di organico che abbiamo in Italia».
E invece sarà una solitudine a tempo indeterminato, secondo Schlein, convinta che «fino alla sentenza della Corte di giustizia europea», che dovrà esprimersi sulla definizione di Paesi sicuri ma non prima della primavera, «nessuna altra nave verrà fatta salpare e nessun altro migrante verrà trasferito in Albania». E dopo chissà, «non mi aspetto che la Corte cambi idea rispetto alla sua precedente pronuncia», il 4 ottobre scorso, quando ha limitato la possibilità di trattenere i naufraghi con la procedura accelerata riconoscendo il peso che hanno torture e discriminazioni in alcune parti di quei territori definiti per legge sicuri.
Ipotesi di riconversione non ce ne sono, almeno ufficialmente: «I centri in Albania certamente si realizzeranno per quello per cui sono stati concepiti», afferma dal palco di Atreju il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano. Ovvero: il governo tira dritto. «Un’ostinazione ideologica» per Schlein, «un’operazione di pura propaganda che non regge dal punto di vista giuridico, economico, umanitario. Il problema — ragiona — è che lo fanno a spese degli italiani. È per questo che siamo qui, perché di questo il governo deve rispondere: siamo ai limiti del danno erariale».
Mentre viaggia sull’auto che da Gjader la porta a visitare l’hotspot di Shengjin, deserto pure questo, il giudizio di Schlein si fa ancora più tranchant: «Tutta l’operazione Albania è una bandiera conficcata negli occhi dei più fragili». E alla premier dice: «Invece delle card autocelebrative che pubblica da Atreju, è su questo fallimento che Giorgia Meloni deve mettere la faccia».