ROMA - “Ho visto tanti miei coetanei emozionati. Lo ero anch’io, un po’ la voce mi tremava quando ho parlato domenica scorsa, in quell’aula gremita. Ma il clima era bello: di collaborazione anche tra sensibilità diverse. Secondo me è con questo spirito che ora abbiamo il dovere di spiegare ai cittadini, di stare in mezzo a loro, di raccontare quello che accade”. Trentun anni, Marta Zavatta è una delle magistrate più giovani d’Italia. E’ venuta dalla sua Romagna per rispondere alla chiamata alle armi dell’assemblea straordinaria dell’Anm che ha deliberato la “mobilitazione culturale permanente”, il varo dei “comitati referendari”, le “forme di protesta” durante le cerimonie di inaugurazione dell’anno giudiziario. E l’indizione di “una o più giornate di sciopero”. Marta è una dei tanti che alla fine gridavano “Uniti!-Uniti!”, dall’esercito dei trolley, sbarcati a Roma da tutta Italia in una domenica tersa di dicembre, entrati in Cassazione alle nove e mezza intorno al presidente Giusepp…
ROMA - “Ho visto tanti miei coetanei emozionati. Lo ero anch’io, un po’ la voce mi tremava quando ho parlato domenica scorsa, in quell’aula gremita. Ma il clima era bello: di collaborazione anche tra sensibilità diverse. Secondo me è con questo spirito che ora abbiamo il dovere di spiegare ai cittadini, di stare in mezzo a loro, di raccontare quello che accade”. Trentun anni, Marta Zavatta è una delle magistrate più giovani d’Italia. E’ venuta dalla sua Romagna per rispondere alla chiamata alle armi dell’assemblea straordinaria dell’Anm che ha deliberato la “mobilitazione culturale permanente”, il varo dei “comitati referendari”, le “forme di protesta” durante le cerimonie di inaugurazione dell’anno giudiziario. E l’indizione di “una o più giornate di sciopero”. Marta è una dei tanti che alla fine gridavano “Uniti!-Uniti!”, dall’esercito dei trolley, sbarcati a Roma da tutta Italia in una domenica tersa di dicembre, entrati in Cassazione alle nove e mezza intorno al presidente Giuseppe Santalucia, rimastì lì per sei ore, con un tramezzino acciuffato al buffet.
“Credo che in certe fasi di passaggio, uno si guardi dentro e pensi: ma io da che parte voglio stare?”. Lei era dalla stessa parte anche il 4 novembre, per la corale solidarietà portata a Bologna, al collegio guidato dal presidente Marco Gattuso, giudice finito sotto attacco anche personale, per aver osato interpellare la Corte europea sul trattenimento di migranti. E adesso l’emergenza è la riforma per separare le carriere. Ma una trentenne perché aderisce alla mobilitazione? Non ha paura di quella che la destra chiama ”degenerazione correntizia” , del famigerato sistema Palamara”? Zavatta ha i toni pacati, ma idee chiare. “Questa riforma non pregiudica solo le nostre scelte, le nostre vite. Certo, non potrò più scegliere, neanche una volta sola com’è oggi, di passare da Pm a Giudice, questo mi impedirà di arricchire la mia conoscenza e cultura professionale. Ma lesionare l’autonomia, ridurre il pubblico ministero a dipendente del potere politico, è attaccare i diritti dei cittadini, le garanzie della giurisdizione. Tutti noi saremo meno protetti. Saremo alla mercé del potente di turno”.
Il giuramento esattamente trenta giorni fa, prima tappa Tribunale di Bologna: “uditrice giudiziaria” si sarebbe detto un tempo, oggi basta il burocratico mot, magistrato ordinario in tirocinio. In più, ha deciso da indipendente di candidarsi in Anm nelle liste di Md (la corrente di sinistra): si vota dal 26 gennaio per il rinnovo del Comitato direttivo centrale, cui spetta eleggere il presidente. Che stavolta, verosimilmente, sarà espressione dei conservatori, Magistratura indipendente.
E Marta, cresciuta a Rimini, radici cattoliche, mamma maestra elementare, papà impiegato alla Cassa edile, prima toga nella storia di famiglia, perché ha inseguito questo mestiere? “Perché ho sempre creduto in una vocazione del magistrato, di operatore di giustizia sociale. Forse sono state le letture, i libri”. Quali? “Don Milani, forse più di tutti – spiega Zavatta -. Anche lavorando in parrocchia, sentendo riflessioni, ascoltando uno come Gherardo Colombo. Quando studiavo tanto, notte e giorno, anche tutti gli anni migliori, diciamolo, in famiglia mi chiedevano perché”. E lei? “Ai fratelli dicevo: perché un giudice ha la Costituzione sopra di sé, ragiona e agisce senza obbedire a interessi, ai capi, ai direttori. Secondo competenza e coscienza. Quanti fratelli? “Due. Un medico e una maestra. Gemelli”. Arrivati dopo di lei, o prima? “No, non ha capito. Tutti e tre: siamo tre gemelli”.
E ora? “Sto lasciando Roma con sentimenti contrastanti: preoccupazione per quello che prepara il governo, ma anche serenità e fiducia per la strada che abbiamo intrapreso. Perché intorno a noi stanno avvenendo delle cose che ci costringono ad aprire gli occhi. Che ci impongono di non stare zitti, di non essere burocrati”. E la fiducia? “Perché sono sicura che affidarci ai cittadini, parlare apertamente, faccia bene al Paese”. Ma volevano mettervi il bavaglio. “Siamo cittadini che possono esprimere il loro pensiero al pari di tutti gli altri. In questo caso debbono: con responsabilità e per senso di giustizia, la Costituzione è la casa comune, siamo in tanti. Dobbiamo parlare e spiegare tutto ai cittadini ”.