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Crosetto: “In Ucraina le nostre truppe di pace. Trump vorrà almeno il 2,5% per la difesa”

ROMA - Atreju 2024 nella foto Guido Crosetto (ROMA - 2024-12-12, Stefano Carofei) p.s. la foto e' utilizzabile nel rispetto del contesto in cui e' stata scattata, e senza intento diffamatorio del decoro delle persone rappresentate (fotogramma)

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Intervista al ministro: “La Russia vuole consolidare le posizioni territoriali Se ciò accada perché pensano all’eventuale tregua è un’ipotesi”
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Ministro Guido Crosetto, è vicina una tregua in Ucraina, imposta da Donald Trump?

«Se guardo all’intensità degli attacchi russi di queste ore, non vedo un clima migliore, anzi: mi sembra peggiore. Vedo la volontà russa di consolidare le posizioni territoriali. Che ciò accada pensando all’eventuale tregua, tra qualche mese, è un’ipotesi. Non so se vera. Nessuno è nella testa di Putin. Vedremo».

Ma ci sarebbe una missione di peacekeeping con l’Italia?

«Io ho ripreso Meloni e Tajani. Le truppe italiane sono sempre messe a disposizione per preservare la pace. Se ci sarà la necessità di una forza multinazionale, ci saremo. Come per il Libano e Gaza, siamo pronti per l’Ucraina».

Prevede una missione con moltissimi uomini?

«Il loro confine è il più lungo. Sì, una missione corposa».

Sarà una missione europea?

«Evitiamo equivoci pericolosi: non sarà una missione europea, non sarebbe accettata dalle parti. Dovranno essere truppe Onu. Se richiesti, saremmo lieti di dare il nostro contributo».

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Ministro Guido Crosetto, è vicina una tregua in Ucraina, imposta da Donald Trump?

«Se guardo all’intensità degli attacchi russi di queste ore, non vedo un clima migliore, anzi: mi sembra peggiore. Vedo la volontà russa di consolidare le posizioni territoriali. Che ciò accada pensando all’eventuale tregua, tra qualche mese, è un’ipotesi. Non so se vera. Nessuno è nella testa di Putin. Vedremo».

Ma ci sarebbe una missione di peacekeeping con l’Italia?

«Io ho ripreso Meloni e Tajani. Le truppe italiane sono sempre messe a disposizione per preservare la pace. Se ci sarà la necessità di una forza multinazionale, ci saremo. Come per il Libano e Gaza, siamo pronti per l’Ucraina».

Prevede una missione con moltissimi uomini?

«Il loro confine è il più lungo. Sì, una missione corposa».

Sarà una missione europea?

«Evitiamo equivoci pericolosi: non sarà una missione europea, non sarebbe accettata dalle parti. Dovranno essere truppe Onu. Se richiesti, saremmo lieti di dare il nostro contributo».

Washington intanto si accinge a chiedere il rispetto dell’impegno del 2% sulle spese militari?

«Il primo a chiederlo fu Obama. Ce lo chiedeva l’America di Biden, ce lo chiederà, con maggiore forza, Trump. Ci dirà: tenete alla vostra sicurezza? Non può essere solo un problema che riguarda le tasse dei contribuenti americani. Se ci tenete, dimostratelo. E tutti i premier italiani hanno assicurato formalmente questo impegno: Letta, Renzi, Conte 1 e 2, Draghi e Meloni. Il problema è un altro...».

Quale?

«Tutti i Paesi Nato puntano a spese militari al 2,5%, al 3%. Noi siamo all’1,57%. Abbiamo aumentato le spese, anche se non quanto speravo. Ciò detto, il 2% va raggiunto. Non perché ce lo chiede la Nato, ma per essere pronti: se subissimo un attacco come Israele, dovremmo essere in grado di difenderci. Oggi siamo più indietro degli altri».

Mi faccia capire: lei pensa che ci chiederanno di rispettare prima del 2028 l’impegno del 2%?

«Trump, al vertice Nato di luglio 2025, chiederà di arrivare almeno al 2,5%. E ce lo chiederà per ieri, non per domani. Vedo ansia sul fatto che il Presidente Usa minacci di uscire dalla Nato, ma non so se lo farà. Penso piuttosto che dirà: è fuori dalla Nato chi non si adegua all’aumento delle spese militari. E questo scenario, per noi, sarebbe ben peggiore».

La Lega fa resistenza sulle armi all’Ucraina. Varerete comunque entro il 31 dicembre il decreto per garantire forniture militari a Kiev per il 2025, o attenderete l’avvento di Trump?

«Domani (per chi legge, ndr) illustrerò al Copasir il decimo pacchetto di armi per l’Ucraina. Quanto al decreto legge, non so se lo approveremo ora o a gennaio: è pronto, deciderà il consiglio dei ministri di lunedì».

Parliamo di Siria: quanto accaduto è segno di un nuovo ordine mondiale deciso da Trump, Putin ed Erdogan?

«No, quanto accaduto si deve all’azione di Israele, che ha prima indebolito i proxi dell’Iran ovunque, poi ha distrutto le difese missilistiche dell’Iran. E c’entra la debolezza della Russia, dato l’impegno in Ucraina. Poi si è mossa la Turchia. La tenuta del nuovo equilibrio è da verificare».

Preoccupa che la Russia guardi alla Libia, adesso?

«Mosca sta trasferendo risorse dalla sua base siriana di Tartus alla Libia. Non è un bene. Navi e sommergibili russi nel Mediterraneo preoccupano sempre, a maggior ragione se invece che a mille chilometri sono a due passi da noi».

Parlerete con Al Jolani?

«La nostra è la posizione dell’Onu e della Ue».

Torniamo in Italia. Arriva la terza manovra di austerità. Rischiate di perdere consenso?

«Non certo a causa di una mancata volontà di Meloni o Giorgetti, ma per la penuria di risorse. In ogni caso, considero molto seria la legge di bilancio. Lo dimostra il giudizio dei mercati, sempre spietati: gli speculatori hanno capito che non si può attaccare il debito italiano. Poi, certo, se i vincoli europei fossero più elastici, sarebbe meglio».

Ma Meloni non giurava che avrebbe cambiato l’Europa?

«Fitto si è insediato ieri, dategli tempo. Fino ad ora c’era Gentiloni, con idee diverse. Penso al Green deal: ha ucciso le aziende italiane e messo nelle mani della Cina le auto elettriche italiane».

Cosa ne pensa della scelta di trasferire l’inchiesta di Perugia sui dossieraggi a Roma? Teme un rallentamento?

«Mi auguro che non si fermi nulla. Mi fido dei giudici di Roma. Quella dei dossieraggi è una vicenda vergognosa, come detto già da Cantone, che l’ha definita un verminaio. Se l’inchiesta morisse a Roma, ci sarebbe da preoccuparsi. Sarebbe un problema, grave, di democrazia».

Tra lei e Mantovano è sempre battaglia?

«Sciocchezze. Ci scambiamo continuamente informazioni sui servizi, abbiamo fatto nomine condivise. Possiamo avere visioni diverse, ma quello che conta è la volontà di lavorare assieme per risolvere i problemi del Paese».

Ieri Mattarella ha chiesto di rispettare il diritto d’asilo e difeso le Corti di giustizia. Guardava al pasticcio dell’hub in Albania?

«Viviamo in tempi in cui i diritti costituzionali si sovrappongono ogni giorno e, a volte, si elidono. Non so a che posto sia la sicurezza dei cittadini, ma se il governo cerca di fare qualcosa per fermare l’immigrazione clandestina, va trovato un sistema per far rispettare i principi di legalità. Quale sia la soluzione migliore, non lo so, ma l’esecutivo non può essere condizionato da correnti della magistratura che teorizzano l’opposizione al governo con le sentenze. È un problema di equilibrio tra i poteri. Il metodo teorizzato non c’entra nulla con la Costituzione».

L’autonomia finirà con il referendum. Lei si asterrà?

«Vivo da due anni in un bunker, il mio ministero… Non ho seguito, mi astengo da una risposta».

Non è che Meloni è vicina a decidere un grande reset, per chiudere i conti con gli alleati?

«Non lo farebbe mai. Non è nel suo dna fare scelte per calcolo personale. Finché la maggioranza sta in piedi, lei la tiene in vita, con maggiore, certosina, pazienza di prima. Solo se la maggioranza non regge più, ne prenderà atto».

Lei ha chiesto il ritiro dell’emendamento che aumentava lo stipendio dei ministri non parlamentari. Perché l’ha fatto?

«Perché il principio era totalmente giusto, visto che chi fa lo stesso lavoro deve essere pagato allo stesso modo. Ma non aveva senso mantenerlo per far crescere una polemica che ruota attorno a pochissime persone che non sono parlamentari».

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