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Meloni parla in aula, la Lega è assente. E lei provoca il Pd: “Inutili le macumbe”

17/12/2024 Roma, Camera, Comunicazioni del Presidente del Consiglio in vista del Consiglio Europeo nella foto Giorgia Meloni 

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Dibattito alla Camera prima del Consiglio europeo: “L’Ue sia pragmatica su Trump”. Candiani: “Defezioni? Quel che dice non ci interessa”. E incolpa i treni in ritardo
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ROMA — Al microfono se la prende col Pd, che dovrebbe fare «un corso di voodoo», perché le «macumbe» anti-governo «non stanno funzionando». In privato, a metà mattina, Giorgia Meloni cerca di capire perché i leghisti abbiano dato forfait. Montecitorio, ore 10: la premier arriva in aula, nonostante la tosse e un forte mal di gola post comizio di Atreju, per riferire in vista del consiglio europeo di oggi a Bruxelles. Vertice importante: il primo dell’Ursula bis. Però quando volge lo sguardo sugli scranni del Carroccio, la premier non può non notare il clamoroso “buco”: 5 presenti su 65. Nemmeno Matteo Salvini si fa vedere. Che succede? «Nella Lega sono nervosi», riferiscono fonti azzurre. Uno dei pochi leghisti che ha timbrato il cartellino, Stefano Candiani, spiega così: «Perché non ci siamo? Perché non ce ne frega un c…». Risata. «Succede così quando c’è la sessione di bilancio. Ora arriveranno per il voto finale». Candiani mostra anche un messaggino della collega Simona Bordonali: «…

ROMA — Al microfono se la prende col Pd, che dovrebbe fare «un corso di voodoo», perché le «macumbe» anti-governo «non stanno funzionando». In privato, a metà mattina, Giorgia Meloni cerca di capire perché i leghisti abbiano dato forfait. Montecitorio, ore 10: la premier arriva in aula, nonostante la tosse e un forte mal di gola post comizio di Atreju, per riferire in vista del consiglio europeo di oggi a Bruxelles. Vertice importante: il primo dell’Ursula bis. Però quando volge lo sguardo sugli scranni del Carroccio, la premier non può non notare il clamoroso “buco”: 5 presenti su 65. Nemmeno Matteo Salvini si fa vedere. Che succede? «Nella Lega sono nervosi», riferiscono fonti azzurre. Uno dei pochi leghisti che ha timbrato il cartellino, Stefano Candiani, spiega così: «Perché non ci siamo? Perché non ce ne frega un c…». Risata. «Succede così quando c’è la sessione di bilancio. Ora arriveranno per il voto finale». Candiani mostra anche un messaggino della collega Simona Bordonali: «Vedete, alcuni come lei sono in ritardo per i treni». Quindi sarebbe colpa del ministro Matteo Salvini? «Siete i soliti giornalisti».

È a quel punto che il titolare dei Trasporti decide di intervenire. Fonti di maggioranza riferiscono di un chiarimento con la premier. Via Bellerio diffonde una nota: «Voteremo compatti» la risoluzione, che poi passa con 193 sì. Mentre diversi deputati si lamentano di fare da «pigiabottoni», arriva dal vertice un whatsapp perentorio: «Tutti in aula». Trenitalia smentisce i ritardi. E lo stesso Salvini a sera parla di «polemica inesistente». I meloniani però masticano amaro, off the record: «Non si tratta il premier così». Il capogruppo Galeazzo Bignami ironizza: «I leghisti ci mettono di più perché arrivano dal Nord». Lei, Meloni, punzecchiata dalle opposizioni nel dibattito, non nega che i treni abbiano problemi, ma dice: «Anche io sono arrivata tardi, in auto, e il sindaco di Roma non è della Lega...».

Consiglio Ue, l'Aula come un ring: tra i basettoni di Milei, il mondo di A-Meloni, macumbe e woodoo

Nel discorso e nella replica, però, la premier bersaglia solo l’opposizione (ricambiata). Alza i toni contro i 5S che l’attaccano sull’idea, poi rimangiata, di ritoccare all’insù lo stipendio ai ministri non eletti: «Non accetto lezioni da chi ha dato 300mila euro di soldi pubblici a Grillo». Poi si cimenta in un dissing col dem Peppe Provenzano, che dopo averla stuzzicata sui leghisti scomparsi, la critica per l’asse con Trump, «nemico dell’Europa», e per essersi «imbucata» alla cena parigina col tycoon: «Forse vi imbucavate voi. È un errore definire Trump un nemico, in Ue serve un approccio pragmatico». Sulle critiche al G7 ammette di essersi «molto innervosita». Poi però si scioglie in una risata, quando l’ex renziano Luigi Marattin le propone di «farsi crescere le basette, alla Milei» e ridurre le tasse. Con quei basettoni «sarei agghiacciante...», ma il modello argentino «non è replicabile in Italia, non si può fare afuera ministero della cultura».

Tra battibecchi e defezioni, passa quasi in secondo piano la politica estera. Ma Meloni, a 24 ore dall’intervento del Quirinale a difesa delle Corti Ue, dà addosso alle sentenze «ideologiche» dei giudici italiani sui migranti e chiede alle toghe del Lussemburgo di non seguirle, per non «compromettere i rimpatri da ogni Stato». Insiste sui centri in Albania, mentre Ursula von der Leyen, tramite una lettera, benedice gli hub esterni e assicura di voler accelerare sulla nuova definizione dei paesi sicuri. La premier parla anche delle «interlocuzioni» con la nuova leadership in Siria, del mandato di cattura internazionale contro Netanyahu, su cui solleva «interrogativi». E di Kiev, difendendo l’intervista a Repubblica del ministro Guido Crosetto sulle truppe di pace in Ucraina (non apprezzata da tutti i leghisti). Annuncia anche che a Bruxelles vedrà Zelensky e il segretario della Nato, Rutte, spiegando che Roma deve avvicinarsi al 2% del Pil in armi. «Conte si impegnò a raggiungerlo», l’ultimo attacco.

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