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Hanno tutti ragione | Ve lo meritate Tony Effe. Il sessismo e la differenza tra censura e giudizio

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Il pasticcio del Capodanno di Roma e l'improbabile trasformazione del trapper in martire della liberà di parola
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Questo è il numero di venerdì 20 dicembre 2024 della newsletter Hanno tutti ragione, firmata da Stefano Cappellini. Per attivare l'iscrizione clicca qui

Nella storia di Tony Effe e del concertone di Capodanno a Roma bisognerebbe distinguere bene due piani. Distinguere, cioè, il pasticcio del Comune di Roma dal tema della presunta censura.

Sul primo punto, il pasticcio, c’è poco da discutere tanto è evidente: non si saprebbe come altro definire la sequenza che ha spinto il Comune a ingaggiare Tony Effe per il concerto di Capodanno al Circo Massimo e quindi a revocare l’ingaggio dopo le proteste di alcune donne, in prima fila alcune politiche del Pd, per i testi sessisti del rapper. Il Comune di Roma aveva più soluzioni per gestire diversamente la vicenda. Dopo le proteste avrebbe potuto dire: il concertone è un evento per ragazzi, Tony Effe è uno dei cantanti più seguiti, il criterio di selezione degli artisti è puramente commerciale, quindi discutiamo pure sul disvalore culturale di …

Questo è il numero di venerdì 20 dicembre 2024 della newsletter Hanno tutti ragione, firmata da Stefano Cappellini. Per attivare l'iscrizione clicca qui

Nella storia di Tony Effe e del concertone di Capodanno a Roma bisognerebbe distinguere bene due piani. Distinguere, cioè, il pasticcio del Comune di Roma dal tema della presunta censura.

Sul primo punto, il pasticcio, c’è poco da discutere tanto è evidente: non si saprebbe come altro definire la sequenza che ha spinto il Comune a ingaggiare Tony Effe per il concerto di Capodanno al Circo Massimo e quindi a revocare l’ingaggio dopo le proteste di alcune donne, in prima fila alcune politiche del Pd, per i testi sessisti del rapper. Il Comune di Roma aveva più soluzioni per gestire diversamente la vicenda. Dopo le proteste avrebbe potuto dire: il concertone è un evento per ragazzi, Tony Effe è uno dei cantanti più seguiti, il criterio di selezione degli artisti è puramente commerciale, quindi discutiamo pure sul disvalore culturale di alcuni fenomeni musicali ma non è il palco di Capodanno la sede adatta a dirimere la questione. Oppure, al contrario, il Comune avrebbe potuto rivendicare l’esclusione dopo aver fatto autocritica: abbiamo sbagliato a invitare Tony Effe e pensiamo che negli spazi organizzati dalle istituzioni e pagati con soldi pubblici non possa esserci spazio per messaggi che rifiutiamo. Ha scelto invece un’altra soluzione, che forse intendeva essere una specie di via di mezzo, e ha chiesto “un passo indietro” a Tony Effe, come a invocare un atto di autocondanna del cantante, dal quale in sostanza si pretendeva che dicesse sì, caro Gualtieri, sono un fottuto sessista ma mi avete tanato e quindi il 31 sera resto a casa a riflettere sui miei testi misogini.

Naturalmente era troppo tardi perché il Comune facesse quello che era più giusto fare, e cioè non prendere in considerazione Tony Effe per il concerto, a quel punto senza nemmeno bisogno di dare spiegazioni a qualcuno. Perché qui parliamo di ingaggi, professionisti pagati per cantare o non pagati per non cantare, e ciascun committente è libero di fare la prima o la seconda cosa. Chi non viene scelto non è censurato, è semplicemente fuori. La censura è un’altra cosa. Ma è chiaro che il Comune si è impappinato, e qui torniamo al pasticcio: se io ti ingaggio e poi ti faccio fuori è ovvio che la situazione finisca fuori controllo, che prevalga l’onda emotiva, oltre che la solidarietà di categoria, e Tony Effe finisca per diventare un martire della libertà di parola, un ruolo per il quale è persino meno adatto del generale Vannacci.

Che ci sia molta gente convinta di dover spiegare agli artisti cosa scrivere in una canzone, quali messaggi mettere in una scultura o che morale appiccicare a un film è un male crescente del nostro tempo, ma non nuovissimo. Negli anni Trenta il compagno Zdanov dettava i codici del realismo socialista, solo trame con borghesi cattivi e proletari oppressi che prendono coscienza di classe alla fine della storia; negli anni Settanta gli extraparlamentari di ultrasinistra facevano il processo sul palco a Francesco De Gregori perché aveva in curriculum Buonanotte fiorellino anziché I metalmeccanici hanno pochi fucili, e la storia si è incaricata presto di certificare da quale parte stesse l'inadeguatezza. Però sarebbe un problema se, per non correre il rischio di essere scambiati per fanatici del woke, si rinunciasse a poter dire che i testi di Tony Effe sono una fogna sessista, che la miscela di machismo, culto e ostentazione della ricchezza era e resta spazzatura. Spazzatura di successo, ma sempre spazzatura.

Tony Effe può esibirsi dove e come vuole, ci mancherebbe, scrive quel che gli pare, ma se qualcuno obietta "non è la mia tazza di tè, non la voglio", questa non è censura. Altrimenti avrebbe buon diritto a dirsi censurato anche Povia, cosa che in effetti fa spesso, proprio come Vannacci, indignato che non gli concedano di chiamare froci i froci e negri i negri, e speriamo che Mahmood non consideri il generale un'altra vittima del politicamente corretto.

C’è una differenza tra setacciare i testi musicali in nome di una purezza ideologica e moralistica che non può e non deve appartenere all’arte e non rinunciare a esprimere un giudizio critico e politico. Sarebbe sciocco contestare a Calcutta il verso “Ti spaccherò la faccia se non mi dai il cuore”, o a Truppi “hai messo incinta una scema”, così come occorreva una buona dose di dabbenaggine per dare di razzista o misogino a Vasco che cantava “è andata a casa con il negro la troia”, e per fortuna non ci prova quasi più nessuno. L’arte non si giudica col catechismo ma nemmeno può pretendere di essere una zona franca, specie quando di arte non c'è traccia, e il livello di elaborazione va da “Ho scopato la tua bitch e dopo l’ho passata a Sfera” in giù. I testi di Tony Effe sono sessisti e misogini, non c'è invito revocato o pasticcio che possa cambiare questo dato di fatto. Libero lui di cantarli, liberi gli altri di dirlo, libero un ente pubblico di lasciarne l'ascolto a chi sceglie di pagare un biglietto per goderseli.

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