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L’imbarazzo dei leader Ue per il nuovo corso degli Usa. Meloni: “Spese Nato al 5%? Fake news”

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni durante la sua visita alla base militare di Siauliai in Lituania

 

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Al vertice in Lapponia i capi di governo di Italia, Svezia e Finlandia liquidano come “rumors” le intenzioni attribuite al presidente eletto
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Saariselkä (Finlandia) — Che farete se Trump chiederà di alzare gli investimenti militari al 5% del Pil? Gelo polare (ma siamo nel nord della Lapponia), sopraccigli che s’inarcano, sorrisi stirati: «Fake news», sbuffa Giorgia Meloni all’orecchio del finlandese Petteri Orpo. Come dire: è una bufala. «Rumors», concorda lo svedese Ulf Kristersson. L’unico meno crucciato del quartetto di premier — ma c’è anche l’alto rappresentante Ue, Kaja Kallas — è il greco Kyriakos Mitsotaiks: «Noi già da anni superiamo il 3%». E la vecchia soglia del 2, aggiunge, «ormai è storia».

In un mega-chalet nel cuore di una valle lappone, a Saariselkä, primo vertice europeo “Nord-Sud”, che mette insieme due paesi del blocco settentrionale e due di quello meridionale, si tocca con mano lo smarrimento dei leader del vecchio continente di fronte all’imminente ritorno alla Casa bianca di Donald Trump. Il tycoon ha fatto filtrare — senza dichiararlo — che intende chiedere molto più del 2% del pil per le spese dell…

Saariselkä (Finlandia) — Che farete se Trump chiederà di alzare gli investimenti militari al 5% del Pil? Gelo polare (ma siamo nel nord della Lapponia), sopraccigli che s’inarcano, sorrisi stirati: «Fake news», sbuffa Giorgia Meloni all’orecchio del finlandese Petteri Orpo. Come dire: è una bufala. «Rumors», concorda lo svedese Ulf Kristersson. L’unico meno crucciato del quartetto di premier — ma c’è anche l’alto rappresentante Ue, Kaja Kallas — è il greco Kyriakos Mitsotaiks: «Noi già da anni superiamo il 3%». E la vecchia soglia del 2, aggiunge, «ormai è storia».

In un mega-chalet nel cuore di una valle lappone, a Saariselkä, primo vertice europeo “Nord-Sud”, che mette insieme due paesi del blocco settentrionale e due di quello meridionale, si tocca con mano lo smarrimento dei leader del vecchio continente di fronte all’imminente ritorno alla Casa bianca di Donald Trump. Il tycoon ha fatto filtrare — senza dichiararlo — che intende chiedere molto più del 2% del pil per le spese della difesa ai partner europei della Nato. Pretenderebbe addirittura il 5. E Roma già fatica a raggiungere il vecchio traguardo. Dunque che fare? Per ora i leader negano che la richiesta del presidente eletto abbia i crismi dell’ufficialità. Ma fino a quando sarà così?

Tutti giurano: non può pagare il grosso Washington. «Sul contributo alla Nato dobbiamo fare di più», si unisce al coro Meloni, che però è tra i più in difficoltà. Per Chigi il 5% è un target impossibile. Forse anche il 3. Dunque prende tempo: «Rumors. Aspettiamo di capire esattamente quale sia la volontà di Trump». Poi quasi s’intesta la linea politica del nuovo inquilino di Pennsylvania Avenue sull’Ucraina «da non abbandonare»: «Io lo dico da anni». Ma il punto sono i soldi. Per allargare la cassa, la premier chiede all’Ue di scorporare le spese per la difesa dal nuovo patto di stabilità. Ma proprio i “frugali” del Nord fanno muro. Meloni spera in un compromesso: «I nostri Paesi si sono spesso trovati su fronti opposti: i “frugali” da una parte e dall’altra il Sud, accusato di essere “spendaccione”, un pregiudizio». Ora c’è bisogno di «ritrovarsi a metà strada, con strumenti nuovi». Ma quali? «Ognuno ha le sue questioni nazionali e operiamo con le stesse regole di bilancio», avverte il greco Mitsotaiks. La pressione di Trump però non si può evadere. «Già nel 2018 — sottolinea il padrone di casa Orpo — diceva “dovete spendere di più” e aveva ragione». L’aspettativa è che la richiesta sia più perentoria, stavolta. Per questo, apre il finlandese, che era un “falco” da ministro delle finanze, va «esplorata ogni opzione». Con 1.300 chilometri di confine con la Russia, per Helsinki va «sostenuta l’Ucraina fino a quando sarà necessario». Si cercano allora «nuove idee», spiega l’estone Kallas.

Perché di base tutti concordano: la Russia, che da qui dista appena 40 km, è una minaccia alla sicurezza del continente. «Minaccia diretta», scandisce Kallas. «Permanente», dice Orpo. «Ben più grande di quanto si immagina», per Meloni. A prescindere «dal campo di battaglia in Ucraina». La premier sceglie parole dure contro Putin, che tre giorni fa aveva parlato di «simpatia» con Roma. «Non vogliamo permette alla Russia o alle organizzazioni criminali di minare la nostra sicurezza», scandisce Meloni, parlando anche di migranti come minacce ibride.

Attendono la premier scelte complicate. Perché da un lato non può scontentare Trump, sognando una special relationship con Washington, dall’altro sa bene che in Italia la Lega soffia sul malcontento anti-armi, anche se non si metterà di traverso al decreto che prolungherà gli aiuti a Kiev per il 2025, al varo oggi in Cdm. E allora anche dalla base aerea di Šiauliai, in Lituania, per gli auguri alle nostre truppe, manda messaggi all’opinione pubblica. Spiega che «le spese militari non sono inutili». Lancia stoccate «ai tanti che si riempiono la bocca della parola pace ma non ricordano che va garantita». Poi menziona il Signore degli Anelli. Si dice commossa, ma le scappa una risata: «Lo cito sempre, ma non ho letto solo quello».

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