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Lo stop di Meloni su Salvini al Viminale. Ma lui rilancia: “Lavoro bellissimo”

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni (ansa)

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La presidente del Consiglio dalla Lapponia chiama il suo vice, poi coi cronisti gela le sue ambizioni: “Tutti contenti dell’attuale ministro dell’Interno”. Il leghista: “Parlerò con la premier e Piantedosi”
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Saariselkä (Finlandia) — Tremilacinquecento chilometri separano Giorgia Meloni e Matteo Salvini, quando la premier, da una baita lappone, gela le ambizioni del vice di tornare al Viminale. Il leghista, fresco di assoluzione nel processo per sequestro di migranti, manda segnali da 48 ore: sabato aveva sostenuto che il Viminale è «un posto stupendo» e che solo «per ora» non pensa di traslocare.

Meloni, fino a ieri mattina qui a Saariselkä, villaggio a nord della Finlandia per un vertice europeo, infastidita – dicono fonti di maggioranza – per l’enfasi con cui il lumbard ha reso nota la telefonata di congratulazioni di Pier Silvio Berlusconi, prova a chiudere in fretta desideri e speculazioni. Senza renderlo un attacco frontale, sfoderando un sorriso. In conferenza stampa davanti ai cronisti di 4 paesi, difende il titolare dei Trasporti nel merito del processo, «la giurisdizione è stata usata per condizionare la politica». Ma poi taglia corto: «Penso che oggi sia io che Salvini siamo con…

Saariselkä (Finlandia) — Tremilacinquecento chilometri separano Giorgia Meloni e Matteo Salvini, quando la premier, da una baita lappone, gela le ambizioni del vice di tornare al Viminale. Il leghista, fresco di assoluzione nel processo per sequestro di migranti, manda segnali da 48 ore: sabato aveva sostenuto che il Viminale è «un posto stupendo» e che solo «per ora» non pensa di traslocare.

Meloni, fino a ieri mattina qui a Saariselkä, villaggio a nord della Finlandia per un vertice europeo, infastidita – dicono fonti di maggioranza – per l’enfasi con cui il lumbard ha reso nota la telefonata di congratulazioni di Pier Silvio Berlusconi, prova a chiudere in fretta desideri e speculazioni. Senza renderlo un attacco frontale, sfoderando un sorriso. In conferenza stampa davanti ai cronisti di 4 paesi, difende il titolare dei Trasporti nel merito del processo, «la giurisdizione è stata usata per condizionare la politica». Ma poi taglia corto: «Penso che oggi sia io che Salvini siamo contenti dell’ottimo lavoro che sta facendo l’ottimo ministro dell’Interno». Stop. Capitolo chiuso.

Dentro FdI già da sabato frenavano sull’ipotesi di un ritorno del “Capitano” al Viminale, magari con l’attuale titolare, Matteo Piantedosi, candidato in Campania alle regionali di ottobre. Diversi parlamentari della fiamma la mettevano giù così: un ritorno di Salvini regalerebbe alla Lega un primato sulla lotta all’immigrazione clandestina, con possibile drenaggio di consensi verso il Carroccio a danno dei Fratelli, magari proprio quando dovrebbero finalmente funzionare, nell’ottica della premier, i centri in Albania oggi deserti. Dentro il Carroccio, invece, c’è chi pensa che il segretario abbia fretta di cambiare dicastero, per rilanciarsi personalmente dal Viminale in versione sceriffo, temendo una sconfitta al congresso federale, visto come è andata in quello regionale della Lombardia. Congresso nazionale imminente: si farà «tra febbraio e marzo», ha ribadito ieri l’interessato.

Prima d’intervenire in Lapponia, la premier ha anche sentito al telefono Salvini. Secondo fonti di maggioranza avrebbe anticipato (e concordato) la linea. Cioè: nessun cambio agli Interni. Dalla Lega smentiscono però questa ricostruzione: hanno parlato, sì, ma non di Viminale. Sarà. Salvini comunque non molla la presa, ringalluzzito anche da una telefonata di felicitazioni del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu («Andrò presto in Israele»). Festeggiato a Milano dai militanti leghisti, Salvini manda un messaggio politico chiaro. Non molla la presa. «Al ministero degli Interni c’è un amico», certo, ma «occuparsi della sicurezza di milioni di italiani è qualcosa di bello a cui tutti non potrebbero che ambire». E ancora: «Se qualcuno in passato poteva dire “Salvini non può andare agli Interni perché c’è un processo in corso”, adesso l’alibi non c’è più». E quel qualcuno per Salvini – così sospettano dentro FdI – sarebbero Meloni e il Colle, “colpevoli” di avergli sbarrato la strada dopo le politiche. Per il “Capitano” la ferita è aperta. Vuole rammendarla a tutti i costi. Quindi sì, «ora sto bene dove sto», ma i conti non sono chiusi: «Ne parlerò con Giorgia e con Matteo, questo governo è una squadra di amici. E quindi vedremo». Vedremo. Tra una rasoiata alle banche, un’opa sulla candidatura per Milano ai lumbard, l’ennesima sortita sulla riforma della giustizia, Salvini torna poi a lodare Berlusconi. Papà e figlio (che la premier teme possa diventare un rivale politico in futuro). «Il padre era insostituibile – dice Salvini - però ho un ottimo rapporto sia con lui che con tutti gli altri della famiglia». Tremilacinquecento chilometri di distanza geografica con Meloni. Ma anche quella politica non è breve.

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