MILANO — Matteo Salvini torna al Viminale, photo opportunity con Matteo Piantedosi, ma è solo una firma del protocollo per la sicurezza nelle stazioni ferroviarie. Dopo l’assoluzione per il caso Open Arms il vicepremier vorrebbe davvero riaccasarsi al ministero dell’Interno e lo ha specificato ai colonnelli della Lega di stanza a Roma («Mi è rimasto nel cuore», ha confessato invece a Quarta Repubblica). Ma Giorgia Meloni non ha alcuna intenzione di regalargli la second life da sceriffo anti-migranti. La premier e il suo vice si sono confrontati ieri sul tema, con franchezza. Meloni è consapevole che il leghista voglia “rilanciarsi” elettoralmente. Ma «un rimpasto non è, né sarà, sul tavolo», gli ha detto senza giri di parole. La presidente del Consiglio è convinta di avere già concesso molto al vice: il ponte sullo Stretto, che se mai decollasse i voti li porterebbe, soprattutto al sud. «E su questo sei sempre stato sostenuto e continuerai ad essere supportato», gli ha spiegato. Il ta…
MILANO — Matteo Salvini torna al Viminale, photo opportunity con Matteo Piantedosi, ma è solo una firma del protocollo per la sicurezza nelle stazioni ferroviarie. Dopo l’assoluzione per il caso Open Arms il vicepremier vorrebbe davvero riaccasarsi al ministero dell’Interno e lo ha specificato ai colonnelli della Lega di stanza a Roma («Mi è rimasto nel cuore», ha confessato invece a Quarta Repubblica). Ma Giorgia Meloni non ha alcuna intenzione di regalargli la second life da sceriffo anti-migranti. La premier e il suo vice si sono confrontati ieri sul tema, con franchezza. Meloni è consapevole che il leghista voglia “rilanciarsi” elettoralmente. Ma «un rimpasto non è, né sarà, sul tavolo», gli ha detto senza giri di parole. La presidente del Consiglio è convinta di avere già concesso molto al vice: il ponte sullo Stretto, che se mai decollasse i voti li porterebbe, soprattutto al sud. «E su questo sei sempre stato sostenuto e continuerai ad essere supportato», gli ha spiegato. Il taglio del nastro, se tutto filasse senza intoppi, coi cantieri spacchettati in più tranche, potrebbe avvenire entro maggio 2025. Quello è il biglietto per il consenso sul quale potrà fare affidamento Salvini.
«Le scelte spettano alla premier — dice invece Raffaele Nevi, portavoce di Fi — ma adesso vedo armonia ed equilibrio nel governo, perché cambiare?». Discorso che rafforza la posizione della premier. La campagna comunicativa del “Capitano”, già pronta ai fuochi d’artificio in caso di condanna, cioè contro «i magistrati di Rifondazione comunista», visto il diverso esito adesso ha bisogno di nutrirsi di nuovi obiettivi; il ritorno al passato, con il suo esibito e rivendicato pugno duro contro i migranti, sarebbe l’ideale. Ma Piantedosi, che fu capo di gabinetto di Salvini nel governo gialloverde, si è però nel frattempo “emancipato” e avvicinato a Fratelli d’Italia, seppur nei fatti sia considerato un tecnico. Il quale non ha alcuna intenzione di farsi da parte, magari per fare il candidato presidente del centrodestra in Campania dove, tra le altre cose, il Carroccio sosterrebbe la corsa di Gianpiero Zinzi. Nella Lega, poi, a parole tutti appoggiano i desiderata del segretario federale. All’atto pratico però l’ala del nord, quella che ha vinto il congresso in Lombardia, non è disposta a sbracciarsi per lui. I temi su cui vorrebbero puntasse il partito sono altri, centrati sull’economia e sulla rappresentanza degli interessi del bacino storico leghista, non il solito martellamento su “clandestini”, “invasione” e via discorrendo. Sempre ieri in Consiglio dei ministri i colleghi lo hanno accolto con un applauso, ma siamo davvero agli ultimi sgoccioli dell’effetto Palermo. Da domani, il “Capitano” ha bisogno di nuova linfa per portare su una Lega lontana dai fasti del recente passato.