ROMA — Serviranno non meno di due mesi perché la Corte di appello di Milano decida sull’estradizione di Mohammad Abedini Najafabadi. Ma l’Iran aspetta dall’Italia segnali molto prima: il governo di Teheran non ha nascosto ieri all’ambasciatrice Paola Amadei che vedrebbe come un gesto di grande attenzione la concessione degli arresti domiciliari che nelle prossime ore l’avvocato di Najafabadi, Alfredo de Francesco, presenterà al tribunale di Milano. Ma non è il solo passaggio possibile. Come i tecnici del ministero hanno spiegato già nei giorni scorsi, al governo esiste una seconda strada, tutta politica, per scarcerare subito Najafabadi.
Una strada segnata dal secondo comma dell’articolo 718 del codice di procedura penale che prevede, …
ROMA — Serviranno non meno di due mesi perché la Corte di appello di Milano decida sull’estradizione di Mohammad Abedini Najafabadi. Ma l’Iran aspetta dall’Italia segnali molto prima: il governo di Teheran non ha nascosto ieri all’ambasciatrice Paola Amadei che vedrebbe come un gesto di grande attenzione la concessione degli arresti domiciliari che nelle prossime ore l’avvocato di Najafabadi, Alfredo de Francesco, presenterà al tribunale di Milano. Ma non è il solo passaggio possibile. Come i tecnici del ministero hanno spiegato già nei giorni scorsi, al governo esiste una seconda strada, tutta politica, per scarcerare subito Najafabadi.
Una strada segnata dal secondo comma dell’articolo 718 del codice di procedura penale che prevede, in caso di un detenuto in attesa di estradizione, come la revoca della misura «cautelare è sempre disposta se il ministro della giustizia ne fa richiesta». Significa che se Nordio volesse, Najafabadi potrebbe essere libero immediatamente. Non è una prospettiva astratta, esistono una serie di precedenti. Nel 2022 ci fu il caso del regista ucraino Yeven Eugene Lavrenchuk, fondatore del Teatro Polacco a Mosca, di cui le autorità russe avevano chiesto l’estradizione all’Italia. Arrestato a Napoli in un albergo mentre stava per partire per Tel Aviv, su un mandato di cattura di Mosca, fu rilasciato su richiesta del ministro a marzo (in via Arenula c’era Marta Cartabia) dopo l’inizio della guerra perché un’eventuale estradizione lo avrebbe messo a rischio.
Lavrenchuk evidentemente non è Najafabadi. Ma la sua storia racconta che una strada esiste. Il passaggio non sarebbe politicamente neutro. Perché è stato il ministero della giustizia - dopo l’arresto del 16 dicembre a Milano, effettuato dalla polizia su indicazione degli Stati Uniti – a chiedere il «mantenimento della misura cautelare». E perché un passo indietro così improvviso avrebbe un significato molto chiaro nei rapporti con gli Stati Uniti che, anche dopo essere stati messi a conoscenza dell’arresto di Cecilia Sala, non hanno mostrato alcuna titubanza. Anzi. Hanno chiesto che non venissero concessi i domiciliari a Najafabadi perché «esiste un pericolo di fuga». E si apprestano a formalizzare la richiesta di estradizione inviando, così come prevede la legge, tutti i documenti dell’accusa tradotti, con una perizia giurata, in italiano. È un processo che richiede del tempo tecnico, accadrà a ore.
A quel punto, questo prevede la legge, il ministero della Giustizia invierà tutti gli atti al procuratore generale di Milano. Che avrà trenta giorni di tempo per formalizzare le accuse e chiedere o meno l’estradizione.
L’avvocato di Najafabadi sostiene che non ci siano le condizioni per questioni sostanziali («gli vengono mosse accuse per azioni che non ha mai compiuto») ma soprattutto di forma: due dei reati che vengono contestati al cittadino iraniano sono punibili negli Stati uniti con l’ergastolo. Un carcere a vita che non prevede, come in Italia, benefici. «Non è possibile estradarlo» dice de Francesco. Introducendo un argomento che, in queste ore, è oggetto di discussione tra i tecnici del governo che si stanno occupando del dossier. Un tema sull’estradabilità effettivamente esiste. Perché Cassazione, Corte costituzionale e anche la Corte europea hanno stabilito che «non è possibile estradare in paesi dove sono previsti trattamenti inumani e degradanti». «E il mio assistito, con accuse di terrorismo - dice l’avvocato De Francesco - rischia negli Usa condizioni carcerarie inaccettabili per il nostro diritto».
Sarà uno degli argomenti che evidentemente la difesa di Najafabadi proporrà alla Corte quando il procuratore generale formalizzerà le sue richieste. A quel punto il tribunale dovrà fissare e discutere l’udienza entro dieci giorni. La decisione potrebbe essere anche arrivare nel giro di pochi giorni. Ma non sarà definitiva. La difesa infatti potrà appellarla in Cassazione, con i tempi lunghi della Suprema corte. E la decisione finale potrebbe essere ancora cambiata: spetta infatti al ministro della Giustizia, Carlo Nordio, l’ultima parola sull’estradizione. Come il governo iraniano sa bene.