Milano — «Serve un segnale di discontinuità sulla guerra in Ucraina», «chiediamo all’esecutivo maggiore attenzione a dove si concentra la produttività», «sulla norma “anti” il senatore Renzi non ha tutti i torti, per usare un eufemismo»: eccolo qui Massimiliano Romeo da Monza, capogruppo della Lega al Senato ma soprattutto da poco eletto segretario della Lega Lombarda, cuore pulsante del Carroccio.
Non sono passate inosservate quelle frasi pronunciate nell’emiciclo di Palazzo Madama in sede di dichiarazioni finali sulla manovra. All’indomani, il capogruppo preferisce non tornare sui suoi passi, evita ulteriori esternazioni, preferisce non esporsi oltre. Ha già fatto abbastanza, per ora. Ma è solo l’inizio. Quello di due giorni fa in Parlamento è stato un momento solenne, in cui il partito di governo ha mostrato una crepa che poco è stata gradita dal vicepremier Salvini e dal ministro dell’Economia Giorgetti, a quanto trapela. Perché è anche nei confronti della legge di bilancio appena…
Milano — «Serve un segnale di discontinuità sulla guerra in Ucraina», «chiediamo all’esecutivo maggiore attenzione a dove si concentra la produttività», «sulla norma “anti” il senatore Renzi non ha tutti i torti, per usare un eufemismo»: eccolo qui Massimiliano Romeo da Monza, capogruppo della Lega al Senato ma soprattutto da poco eletto segretario della Lega Lombarda, cuore pulsante del Carroccio.
Non sono passate inosservate quelle frasi pronunciate nell’emiciclo di Palazzo Madama in sede di dichiarazioni finali sulla manovra. All’indomani, il capogruppo preferisce non tornare sui suoi passi, evita ulteriori esternazioni, preferisce non esporsi oltre. Ha già fatto abbastanza, per ora. Ma è solo l’inizio. Quello di due giorni fa in Parlamento è stato un momento solenne, in cui il partito di governo ha mostrato una crepa che poco è stata gradita dal vicepremier Salvini e dal ministro dell’Economia Giorgetti, a quanto trapela. Perché è anche nei confronti della legge di bilancio appena varata che le critiche sono state mosse dall’“uomo del Nord”. È questo il ruolo che si è ritagliato il presidente dei senatori. Portatore degli interessi e delle istanze di quell’area del Paese in cui la Lega affonda le sue radici e che — non è il solo a pensarla così — il partito ha piuttosto trascurato negli ultimi anni.
Ora che il progetto della “Lega nazionale” è naufragato elezione dopo elezione, ora che il consenso al Sud si è prosciugato e che consiglieri e amministratori locali sono migrati verso le più sicure sponde di Forza Italia, i leghisti di Veneto, Lombardia, Friuli Venezia Giulia e Piemonte tentano di riacquistare peso. I governatori del Carroccio — Zaia, Fontana e Fedriga — da tempo hanno mosso rilievi critici e invocato maggiore attenzione al leader. Loro però non sono in prima fila, in questa partita. È diventato Romeo, come detto vincitore del congresso lombardo con tanto di ritirata del candidato di riferimento di Salvini, il riferimento di tutta un’area di malcontento interna. A cosa approderà il riposizionamento in corso lo si capirà solo nei prossimi mesi. C’è chi, dietro anonimato, parla di una possibile corrente di minoranza destinata a crescere. Chi di un primo passo verso una sfida più aperta alla leadership di Salvini.
Sarà davvero Romeo l’alter ego del “capitano” di un tempo? Certo è che la recente sentenza di assoluzione nel processo Open Arms di Palermo ha facilitato le manovre interne. In caso di condanna, tutto il partito si sarebbe chiuso a riccio in difesa del segretario federale. Da quel 19 dicembre invece paradossalmente i giochi si sono riaperti. Le stesse dichiarazioni di Romeo si spiegano proprio con una maggiore libertà di movimento. Dopodiché è assai difficile, va detto, che tutto questo approdi a qualcosa di concreto già in vista del congresso né è un caso che Salvini abbia accelerato sui tempi senza fare chiarezza sulle regole per celebrarlo.
L’obiettivo del segretario è la rapida rielezione, magari per acclamazione, entro i primi di marzo. Chiudere come fosse una formalità, evitando di concedere spazi e voce a una potenziale opposizione. Quel che il leader non potrà evitare è che al congresso si levino critiche alla linea. “Salviniano” si dichiara anche Romeo, che però a differenza di altri non è una creatura del capo: fu alla guida dei giovani padani negli anni ’90, prima di lasciare il posto proprio all’amico Matteo. Il nord vuole quindi un riposizionamento del partito: meno sovranismo e più anima settentrionale, meno “opportunisti” al Sud e più radicamento sui territori storici, meno Ponte sullo Stretto e più infrastrutture dove gira l’economia.
I desiderata di Salvini (il Viminale) vengono dopo e la battaglia è appena aperta.