Roma - La fabbrica dei sogni rischia di affondare. A certificarlo è la società di revisione Price Waterhouse Cooper che, incaricata di verificare i conti dell’Istituto Luce Cinecittà, ha certificato un’amara realtà: gli ultimi due bilanci, asseverati peraltro dalla prestigiosa Ernst&Young, vanno rettificati al ribasso.
Il cda insediato tre anni fa dal governo Draghi aveva chiuso gli esercizi 2022 e 2023 con un piccolo utile. Secondo i consulenti arruolati dal centrodestra, nelle pieghe di quei consuntivi ci sarebbe invece un buco di 6,7 milioni di euro, pari a circa un terzo del capitale sociale, destinato alla fine di quest’anno ad allargarsi fino al triplo. Roba da predissesto. Comunicato ieri all’assemblea dei soci: il Tesoro, che detiene la totalità delle quote, e il ministero della Cultura che ne esercita i diritti.
Notizia tutt’altro che inaspettata, sebbene «non in queste dimensioni», accusa Lucia Borgonzoni, sottosegretaria al Mic con delega al Cinema. Contestata però da f…
Roma - La fabbrica dei sogni rischia di affondare. A certificarlo è la società di revisione Price Waterhouse Cooper che, incaricata di verificare i conti dell’Istituto Luce Cinecittà, ha certificato un’amara realtà: gli ultimi due bilanci, asseverati peraltro dalla prestigiosa Ernst&Young, vanno rettificati al ribasso.
Il cda insediato tre anni fa dal governo Draghi aveva chiuso gli esercizi 2022 e 2023 con un piccolo utile. Secondo i consulenti arruolati dal centrodestra, nelle pieghe di quei consuntivi ci sarebbe invece un buco di 6,7 milioni di euro, pari a circa un terzo del capitale sociale, destinato alla fine di quest’anno ad allargarsi fino al triplo. Roba da predissesto. Comunicato ieri all’assemblea dei soci: il Tesoro, che detiene la totalità delle quote, e il ministero della Cultura che ne esercita i diritti.
Notizia tutt’altro che inaspettata, sebbene «non in queste dimensioni», accusa Lucia Borgonzoni, sottosegretaria al Mic con delega al Cinema. Contestata però da fonti vicine alla passata gestione: «Si tratta di una vendetta per coprire il pasticcio che hanno fatto sul tax credit, a causa del quale si è innescata la fuga delle produzioni internazionali e il crollo dei ricavi». Comunque sia, il report di Pwc ha spinto gli azionisti a tenere aperta l’assemblea «in attesa di svolgere ulteriori approfondimenti circa l’esistenza di danni addebitabili a responsabilità degli amministratori». Tre dei quali sono stati pure rinnovati. La presidente Chiara Sbarigia (indicata dalla Lega) e due consiglieri, Giuseppe De Mita e Isabella Ciolfi, sedevano infatti anche nel precedente cda. Adesso “imputati”, insieme all’ex ad Nicola Maccanico andato via a giugno, con l’accusa d’aver mal gestito Cinecittà: una colpa che sembra contraddire la scelta di confermarli nell’incarico.
Stando al rapporto di Price Waterhouse, sarebbero diversi gli «scostamenti» tra i dati attuali e quelli inseriti nel bilancio ‘23. Per esempio, l’area “cinema, documentaristica e commercializzazione library” ha risentito di «una errata quantificazione a budget dei ricavi» tale da produrre minori entrate per 690mila euro. A fronte di maggiori costi (ugualmente non contabilizzati) per 773mila euro. Anche se poi la partita che avrebbe sballato i conti riguarda l’area “teatri”: in questo caso, sostiene Pwc, il «decremento del margine previsto» si aggira intorno agli 8 milioni. Dovuti, in particolare, all’accordo quadro con la società di produzione Freemantle per l’utilizzo degli studios fino al 2027.
Ebbene, per i revisori, questa commessa — in virtù di una politica di sconti e di ri-acquisto di scenografie realizzate per i film — non avrebbe portato quasi nulla nei forzieri di Cinecittà. E c’è di più: la nota di credito per 3 milioni a favore di Freemantle, che avrebbe dovuto essere inserita nell’ultimo bilancio, è spuntata mesi dopo, quando già si era insediato il nuovo cda. «Tutte anomalie su cui vogliamo vederci chiaro», avverte Borgonzoni: «Maccanico si è dimesso dicendo che lasciava un’azienda sana. Si è dimostrato il contrario. Ora noi salveremo Cinecittà, nessun lavoratore pagherà: ci sono tante richieste di produzioni straniere e l’ad Cacciamani sta per presentare il nuovo piano industriale».
Ciò che tuttavia la sottosegretaria non dice è che i ricavi industriali, cresciuti dai 39 milioni del ‘22 ai 47 del ‘23, quest’anno sono crollati, con una traiettoria di budget che sembra atterrare tra i 15 e i 18 milioni. La metà della precedente gestione. Colpa della riforma del credito d’imposta, annunciata dall’ex ministro Sangiuliano due estati fa e approvata dopo più di un anno. Una prolungata incertezza che ha fatto fuggire le troupe straniere. Lasciando gli studios (e le casse) della fabbrica dei sogni drammaticamente vuoti.