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Cecilia Sala in cella senza un letto, il governo incalza l’Iran: “Ora rilascio immediato”

 

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La giornalista arrestata ha sentito la famiglia: è in isolamento e non ha ricevuto il pacco promesso. Nota ufficiale del nostro esecutivo a Teheran
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Cecilia Sala ha bisogno del suo paese, l’Italia. La giornalista ha potuto telefonare ieri, dopo giorni di silenzio, alla sua famiglia, per raccontare delle sue condizioni e chiedere un intervento: «Bisogna fare molto in fretta» ha ripetuto più volte. Chi ha potuto parlare con i suoi genitori, che stanno gestendo questi giorni difficilissimi nel massimo riserbo, li ha trovati particolarmente preoccupati per il tono e i contenuti della conversazione: Cecilia è molto provata dalla detenzione nel carcere di Evin, le condizioni a cui è costretta sono difficilissime. Nel corso della conversazione sono emersi dettagli su quello che sta avvenendo in prigione, particolari che confermano come la scarcerazione della giornalista sia una priorità assoluta, come ha ricordato anche il presidente Sergio Mattarella nel suo discorso di fine anno.

Sala dorme sul pavimento della cella, con due coperte, una sopra e una sotto. Non ha un letto. È in regime di isolamento completo da quattordici giorni…

Cecilia Sala ha bisogno del suo paese, l’Italia. La giornalista ha potuto telefonare ieri, dopo giorni di silenzio, alla sua famiglia, per raccontare delle sue condizioni e chiedere un intervento: «Bisogna fare molto in fretta» ha ripetuto più volte. Chi ha potuto parlare con i suoi genitori, che stanno gestendo questi giorni difficilissimi nel massimo riserbo, li ha trovati particolarmente preoccupati per il tono e i contenuti della conversazione: Cecilia è molto provata dalla detenzione nel carcere di Evin, le condizioni a cui è costretta sono difficilissime. Nel corso della conversazione sono emersi dettagli su quello che sta avvenendo in prigione, particolari che confermano come la scarcerazione della giornalista sia una priorità assoluta, come ha ricordato anche il presidente Sergio Mattarella nel suo discorso di fine anno.

Sala dorme sul pavimento della cella, con due coperte, una sopra e una sotto. Non ha un letto. È in regime di isolamento completo da quattordici giorni. Significa che non ha contatti con nessuna persona, se non con i suoi carcerieri. L’unico volto non ostile che è riuscita a vedere in due settimane è stato quella dell’ambasciatrice Paola Amadei. L’ha incontrata per trenta minuti, sempre alla presenza delle guardie che hanno chiesto loro di parlare in inglese per poter comprendere tutti i contenuti della conversazione. L’ambasciatrice Amadei le aveva portato un pacco con alcuni prodotti per l’igiene, dei vestiti, un panettone. E soprattutto una mascherina per gli occhi che doveva servire a Cecilia per poter riposare: nella sua cella, come nelle altre di isolamento, c’è la “tortura bianca” della luce sempre accesa, in modo tale da costringere i detenuti a non sapere quando è giorno e quando è notte, visto che non è mai buio. Dirigenti del ministero degli Esteri iraniano avevano rassicurato la nostra ambasciata che il pacco fosse stato consegnato il giorno 30. Tanto che ne era stato già preparato un secondo. E invece ieri Sala ha raccontato che no, lei quel pacco non l’ha mai ricevuto: le regole sugli oggetti che possono entrare nella cella sono strettissime, non sono permessi nemmeno gli occhiali.

Sala ha ricevuto soltanto un elastico per i capelli. E nella precedente telefonata aveva raccontato che le erano state offerte «due sigarette giganti» da fumare per Natale quando aveva mangiato riso con il pollo e sei datteri. Anche le telefonate con casa sono ascoltate dai carcerieri. Tanto che la famiglia aveva avuto la certezza, nel primo contatto, che stesse leggendo un foglio. Non era possibile parlare delle sue condizioni di detenzione o delle accuse che le erano state mosse, «se parliamo di cose normali possiamo parlare di più» aveva detto.

Le telefonate di ieri hanno evidentemente fatto cadere nello sconforto i familiari e tutti coloro che in queste ore avevano preso per buone le rassicurazioni che sembravano arrivare dall’Iran. Non c’è stato alcun miglioramento delle condizioni nel carcere di Evin. Tant’è che ieri il governo ha risposto con un documento ufficiale. Ha chiesto a Teheran «garanzie totali sulle condizioni di detenzione» e la sua «liberazione immediata». «I tempi e le modalità di detenzione saranno un’indicazione univoca delle reali intenzioni e dell’atteggiamento del sistema iraniano nei confronti della Repubblica italiana» dicono dalla Farnesina. È possibile che già nelle prossime ore ci sia una nuova interlocuzione formale in cui l’Italia, spiegano fonti di governo, spieghi all’Iran come «il caso Sala è il caso Italia. Quello che accade alla nostra giornalista in carcere è quello che l’Iran fa agli italiani».

È quello che gli iraniani hanno detto a Roma su Mohammad Abedini Najafabadi, il cittadino arrestato a Malpensa il 16 dicembre scorso su richiesta degli Stati Uniti. Il suo avvocato ha chiesto gli arresti domiciliari da scontare in un appartamento messo a disposizione del consolato, per limitare il pericolo di fuga. L’uomo, che si trovava nel carcere di Rossano dove sono detenuti gli accusati di terrorismo, è stato trasferito nel carcere modello di Opera. Dove gli è stato concesso anche un tablet. Ha avuto ripetuti contatti con la famiglia e ha raccontato al suo avvocato, Alfredo di Francesco, di aver saputo del caso Sala guardando la tv. «Io sono un accademico, uno studioso: non sono certo un terrorista. Non capisco l’arresto».

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