Matteo Salvini lancia la sua battaglia in Europa contro i tagli all’Ungheria per il mancato rispetto dello Stato di diritto nel paese guidato da Viktor Orbàn. Il leader del Carroccio all’Europarlamento siede al fianco del premier ungherese nel gruppo dei Patrioti, insieme all’estrema destra tedesca di Afd, a quella francese di Marine Le Pen e agli spagnoli di Vox. E prende posizione a difesa dell’alleato.
La Lega è stata l’unico partito del centrodestra a commentare la notizia del taglio da oltre un miliardo di euro dei fondi destinati a Budapest dall’Ue: «È un vergognoso attacco ai diritti, alla libertà, alla solidarietà e alla democrazia», si legge in una nota di via Bellerio. Ma a spiegare meglio le intenzioni del Carroccio è il capo delegazione dei leghisti a Bruxelles, Paolo Borchia: «Abbiamo subito dato la nostra disponibilità ai colleghi del gruppo dei Patrioti per portare il caso dei tagli pretestuosi a Budapest di nuovo all’Europarlamento — dice Borchia — siamo convinti che…
Matteo Salvini lancia la sua battaglia in Europa contro i tagli all’Ungheria per il mancato rispetto dello Stato di diritto nel paese guidato da Viktor Orbàn. Il leader del Carroccio all’Europarlamento siede al fianco del premier ungherese nel gruppo dei Patrioti, insieme all’estrema destra tedesca di Afd, a quella francese di Marine Le Pen e agli spagnoli di Vox. E prende posizione a difesa dell’alleato.
La Lega è stata l’unico partito del centrodestra a commentare la notizia del taglio da oltre un miliardo di euro dei fondi destinati a Budapest dall’Ue: «È un vergognoso attacco ai diritti, alla libertà, alla solidarietà e alla democrazia», si legge in una nota di via Bellerio. Ma a spiegare meglio le intenzioni del Carroccio è il capo delegazione dei leghisti a Bruxelles, Paolo Borchia: «Abbiamo subito dato la nostra disponibilità ai colleghi del gruppo dei Patrioti per portare il caso dei tagli pretestuosi a Budapest di nuovo all’Europarlamento — dice Borchia — siamo convinti che si tratti di un ennesimo attacco strumentale contro un governo eletto democraticamente e a larga maggioranza ma non gradito alle élite europee. La Lega è al fianco di Orbán».
Per i leghisti non ci sono motivi validi per contestare all’Ungheria il mancato rispetto dello Stato di diritto e si sta usando «politicamente» il taglio ai fondi per attaccate Budapest: «Ribadisco, è tutto pretestuoso e lo dimostra il linciaggio ai danni di Orbán nella plenaria di novembre», continua Borchia che ha contattato i capi delegazioni dei partiti che aderiscono ai Patrioti.
Una mossa che mira a far votare un documento in difesa dell’Ungheria e che rischia di creare qualche imbarazzo alla premier Giorgia Meloni, che siede nel gruppo dei conservatori e ha votato la Commissione di Ursula von der Leyen.
Ma Salvini, dopo l’assoluzione nel processo Open Arms a Palermo, è fortemente convinto nel volere spostare ancora di più nel campo sovranista l’asse della Lega e nel voler diventare in Italia il riferimento non solo della destra europea ma anche americana.
Non a caso, mentre in via Bellerio si vocifera di un ordine del giorno da presentare in Parlamento per bloccare altri pacchetti di aiuti militari a Kiev, Salvini torna a plaudire all’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca per portare «la pace» in Ucraina e in Palestina: «Penso che Trump, odiato, insultato, attaccato e minacciato da comunisti e sinistri di mezzo mondo, Italia compresa, potrà portare Putin e Zelensky intorno a un tavolo», dice il vicepremier, che proprio per cavalcare uno dei temi più cari ai sovranisti e a Trump, quello dell’immigrazione, fa trapelare ancora una volta l’intenzione di tornare a sedersi al Viminale.
«Chissà se un domani tornerò a occuparmi anche di sicurezza», dice proseguendo una diretta social fiume: «Sono ministro delle Infrastrutture, abbiamo avviato tantissimi progetti — continua — ma sicuramente occuparsi della sicurezza degli italiani, contrastare l’immigrazione, Cosa nostra, la Camorra, la ‘Ndrangheta, la tratta di esseri umani, lo spaccio di droghe è qualcosa di fondamentale. Magari tornerò al Viminale».