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Caso Sala, la tela della premier: un gioco di sponda tra Biden e Trump

(agf)

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Il risultato frutto di una triangolazione con il presidente uscente e quello eletto. Ora la tentazione di presenziare all’inauguration day. Oggi risponde ai giornalisti
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Una vittoria. Di immagine, innanzitutto. Politica, come ammette anche l’opposizione. Cecilia Sala è a casa e Giorgia Meloni neanche si sforza di trattenere la gioia. Quale sarà il prezzo politico da pagare agli Stati Uniti, si saprà soltanto tra qualche tempo, e comunque mai ufficialmente. Potrebbe essere alto, questo lo sa anche la leader. Quali le scorie con l’Europa per l’intesa con Donald Trump, pure: c’è fastidio nelle altre cancellerie continentali per la sua intesa con il tycoon, se ne parla apertamente a Palazzo Chigi. Oggi, però, è il giorno in cui rivendicare. E di capitalizzare il consenso: «Ho smentito chi raccontava di una premier cheerleader degli Stati Uniti – è il senso del ragionamento di queste ore, che la premier medita di riproporre anche oggi durante la conferenza stampa di inizio anno – Sono stata chiamata a scegliere e ho scelto l’interesse nazionale».

Lo ha fatto, ma ha anche cercato in ogni modo di non scontentare Washington. Giocando di sponda con due am…

Una vittoria. Di immagine, innanzitutto. Politica, come ammette anche l’opposizione. Cecilia Sala è a casa e Giorgia Meloni neanche si sforza di trattenere la gioia. Quale sarà il prezzo politico da pagare agli Stati Uniti, si saprà soltanto tra qualche tempo, e comunque mai ufficialmente. Potrebbe essere alto, questo lo sa anche la leader. Quali le scorie con l’Europa per l’intesa con Donald Trump, pure: c’è fastidio nelle altre cancellerie continentali per la sua intesa con il tycoon, se ne parla apertamente a Palazzo Chigi. Oggi, però, è il giorno in cui rivendicare. E di capitalizzare il consenso: «Ho smentito chi raccontava di una premier cheerleader degli Stati Uniti – è il senso del ragionamento di queste ore, che la premier medita di riproporre anche oggi durante la conferenza stampa di inizio anno – Sono stata chiamata a scegliere e ho scelto l’interesse nazionale».

Lo ha fatto, ma ha anche cercato in ogni modo di non scontentare Washington. Giocando di sponda con due amministrazioni: quella in carica e quella che si insedierà il prossimo 20 gennaio. È volata personalmente da Donald Trump per annunciare l’impossibilità di autorizzare l’estradizione dell’iraniano Abedini, chiedendo al Presidente eletto comprensione. In realtà, raccontano adesso fonti dell’esecutivo, la premier ha anche cercato e ottenuto un contatto con Joe Biden. Una triangolazione, di fatto. Necessaria per salvare la forma, visto che alla Casa Bianca ancora per alcuni giorni guidano i democratici.

Al Presidente uscente, Meloni avrebbe però promesso di non metterlo in difficoltà, evitando di liberare l’ingegnere dei droni detenuto nel carcere di Opera prima della conclusione del suo viaggio a Roma per congedarsi da Papa Francesco. Questo è un tassello. Un altro, tutto diplomatico, dovrebbe mostralo oggi in conferenza stampa, rivolgendosi a Teheran.

Non si sbilancerà troppo su Abedini, naturalmente. Non metterà bocca sull’imminente decisione della magistratura sui domiciliari dell’iraniano. Eviterà insomma di esplicitare troppo il legame tra i due casi. Nello stesso tempo, lascerà intendere che l’esecutivo potrebbe in seguito intervenire sulla sua condizione. E potrebbe lasciare intendere che non c’è l’intenzione di procedere con l’estradizione.

Fin qui, la trattativa, i suoi paletti, le prudenze necessarie. Ma dal due gennaio - cioè da quando Meloni e Alfredo Mantovano hanno avocato a Palazzo Chigi il dossier, sottraendolo di fatto alla Farnesina e alla Giustizia – il caso è diventato soprattutto e profondamente politico. L’azzardo del viaggio a sorpresa a Mar-a-Lago ha innescato un timer: senza risultati concreti in pochi giorni, quella missione sarebbe potuta diventare un boomerang per la presidente del Consiglio. Anche perché nel mezzo si è manifestato lo scoglio delle improvvise dimissioni di Elisabetta Belloni.

È andata comunque bene. E una chat di Fratelli d’Italia condensa questa soddisfazione. Per dire del clima: a un certo punto c’è chi esprime gioia per il risultato politico della leader, «che goduria». Qualcuno ricorda un dettaglio casuale, ma degno di nota: l’8 gennaio - il giorno della liberazione di Sala - è anche la vigilia della conferenza stampa di inizio anno. E qualche altro se la prende, al solito, con la stampa: «E pensate domani le facce dei giornalisti…».

Ai cronisti, Meloni svelerà anche un altro dettaglio, che inevitabilmente si incrocia con la trattativa sulla giornalista: il possibile viaggio della premier a Washington per l’Inauguration day di Trump, il prossimo 20 gennaio. Tutti, Farnesina compresa, sconsigliavano questa missione. La premier si era convinta di soprassedere, anche per una doverosa prudenza necessaria durante la detenzione di Sala. Dopo il ritorno in Italia della cronista, il quadro è radicalmente cambiato: Meloni potrebbe ostentare i vantaggi del suo rapporto con il Presidente eletto. Ciononostante, anche a sera qualche dubbio resta sull’opportunità di un gesto comunque inedito – che la esporrebbe molto anche in Europa.

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