Erdogan a Meloni: aggressione di Israele. I paletti del G7 per il dialogo con i ribelli
di Tommaso Ciriaco , Paolo MastrolilliLa presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il presidente turco Recep Tayyip Erdo?an
A piccoli passi, gli alleati occidentali sondano il nuovo potere in Siria. Per contenerlo, consapevoli di doverci avere a che fare. Per evitare che la situazione sfugga di mano. Se possibile, in prospettiva, per riconoscere i futuri governanti. In questa chiave si muove anche Giorgia Meloni, che ancora per alcuni giorni guida il G7. La premier sente al telefono il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, il grande regista dell’offensiva dei ribelli jihadisti. E si prepara a presiedere venerdì pomeriggio una riunione del G7. La cui bozza — riportata da Bloomberg — fornisce indizi sulla direzione di marcia, visto che i leader del summit si dicono disposti a sostenere un nuovo governo siriano a patto che il processo di transizione rispetti le minoranze.
È una fase di profonda incertezza, il quadro muta velocemente. A Washington si ragiona apertamente di un riconoscimento. Ne ha fatto cenno ieri il segretario di Stato Antony Blinken, dettando le condizioni per sostenere “pienamente” il…
A piccoli passi, gli alleati occidentali sondano il nuovo potere in Siria. Per contenerlo, consapevoli di doverci avere a che fare. Per evitare che la situazione sfugga di mano. Se possibile, in prospettiva, per riconoscere i futuri governanti. In questa chiave si muove anche Giorgia Meloni, che ancora per alcuni giorni guida il G7. La premier sente al telefono il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, il grande regista dell’offensiva dei ribelli jihadisti. E si prepara a presiedere venerdì pomeriggio una riunione del G7. La cui bozza — riportata da Bloomberg — fornisce indizi sulla direzione di marcia, visto che i leader del summit si dicono disposti a sostenere un nuovo governo siriano a patto che il processo di transizione rispetti le minoranze.
È una fase di profonda incertezza, il quadro muta velocemente. A Washington si ragiona apertamente di un riconoscimento. Ne ha fatto cenno ieri il segretario di Stato Antony Blinken, dettando le condizioni per sostenere “pienamente” il nuovo governo di Damasco. Gli Usa si impegnano a farlo a patto che chi ha preso il potere guidi una transizione «inclusiva e trasparente». Significa appunto rispettare «pienamente» i diritti delle minoranze, facilitare l’assistenza umanitaria e impedire che la Siria venga utilizzata come base per il terrorismo. Non deve insomma rappresentare «una minaccia per i suoi vicini» e invece assicurare che tutte le scorte di armi chimiche o biologiche siano «protette e distrutte in sicurezza».
Un dibattito simile, anche se venato da maggiore cautela, si sta consumando a Bruxelles. Con una preoccupazione in più: gestire l’eventuale emergenza umanitaria e migratoria preservando la tenuta del continente. Meloni parla dunque con Erdogan. Ribadisce «l’importanza di preservare l’unità e l’integrità territoriale del Paese» e assicurare «una transizione pacifica e inclusiva». Alla premier preme in particolare «l’incolumità dei civili» e delle minoranze, «inclusa quella cristiana». Il nodo strategico è però anche un altro: il ruolo di Israele. Per Erdogan, l’avanzata decretata da Benjamin Netanyahu in Siria è «un’aggressione». Non è la posizione degli Stati Uniti, che non sembrano troppo dispiaciuti che un’eventuale azione israeliana degradi le capacità offensive dell’esercito siriano.
Capire se e quando parlare con il nuovo potere a Damasco resta comunque il dilemma diplomatico di queste ore. Roma, da questo punto di vista, ha un vantaggio e un onere: è l’unico tra i principali Paesi occidentali e del G7 ad aver mantenuto aperta l’ambasciata nella capitale. Proprio ieri il nuovo esecutivo siriano ha convocato gli ambasciatori di Iraq, Bahrein, Oman, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Arabia Saudita e — appunto — Italia. E ha incassato la promessa di «un coordinamento di alto livello con il nuovo governo». Ma è soprattutto a Washington e New York che il nodo dei rapporti con i ribelli al potere prende forma. Nelle ultime 48 ore il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha tenuto una serie di riunioni, nel corso delle quali è emerso un inusuale consenso fra Usa, Russia e Cina. L’opzione di togliere Hayat Tahrir al-Sham dalla lista delle organizzazioni terroristiche non è per ora sul tavolo, anche perché richiederebbe una mossa coordinata di Usa, Ue e Onu, accompagnata dal via libera di Mosca e Pechino. Quanto al resto, l’analisi è composta di luci e ombre. Le uscite pubbliche di Abu Mohmmad al-Jolani sono considerate al momento appropriate. Ma a pesare saranno soprattutto le prossime mosse. In particolare, si attende di capire quale trattamento sarà riservato ai cristiani e alle altre minoranze. Anche perché tra i ribelli si segnalano foreign fighters molto violenti, ceceni e uiguri in particolare, che nessuno controlla davvero. Se si allarga lo sguardo, la sfida appare ancora più complessa. Il governo di Mohammed al-Bashir è considerato transitorio. La road map resta la risoluzione Onu 2254, con l’obiettivo di arrivare alle elezioni nel giro di un paio di anni. Nell’immediato, però, persiste molta preoccupazione per una serie di fattori difficili da controllare. Innanzitutto le armi chimiche, ancora sparse nel Paese. Poi il rischio di una catastrofe umanitaria che potrebbe essere innescata dal ritorno di due milioni di rifugiati dal Libano. E aggravata dalla fine delle forniture petrolifere garantite finora dall’Iran.