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Kallas vede Meloni, dubbi sul fattore Musk: “L’Europa vigilerà”

Kaja Kallas e Giorgia Meloni 

 

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La ministra degli esteri Ue a Palazzo Chigi per discutere di Ucraina. La linea della premier: “Per arrivare alla pace servono gli Stati Uniti”
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ROMA — Il macigno nella stanza si chiama Elon Musk. C’è il caso X che agita l’Europa, l’opzione Starlink che interroga il governo italiano: ecco perché Giorgia Meloni e Kaja Kallas evitano di parlare del fondatore di Tesla, durante il breve faccia a faccia — trenta minuti in tutto — a Palazzo Chigi. Si concentrano piuttosto sull’Ucraina, anche perché la premier ha ricevuto poche ore prima Volodymyr Zelensky. Prima del colloquio con la presidente del Consiglio l’alta rappresentante per la politica estera europea vede il ministro della Difesa Guido Crosetto, poi si lascia intervistare dall’Ansa. E lancia alcuni avvertimenti diretti a Musk.

Il caso delle possibili interferenze di X sui processi elettorali, d’altra parte, è enorme. «In Europa — ricorda Kallas — abbiamo le regole del Digital Services Act». Significa, spiega, che gli algoritmi devono seguire norme stringenti «in modo che non ci sia manipolazione o interferenza nelle elezioni utilizzando questa piattaforma». E per essere anc…

ROMA — Il macigno nella stanza si chiama Elon Musk. C’è il caso X che agita l’Europa, l’opzione Starlink che interroga il governo italiano: ecco perché Giorgia Meloni e Kaja Kallas evitano di parlare del fondatore di Tesla, durante il breve faccia a faccia — trenta minuti in tutto — a Palazzo Chigi. Si concentrano piuttosto sull’Ucraina, anche perché la premier ha ricevuto poche ore prima Volodymyr Zelensky. Prima del colloquio con la presidente del Consiglio l’alta rappresentante per la politica estera europea vede il ministro della Difesa Guido Crosetto, poi si lascia intervistare dall’Ansa. E lancia alcuni avvertimenti diretti a Musk.

Il caso delle possibili interferenze di X sui processi elettorali, d’altra parte, è enorme. «In Europa — ricorda Kallas — abbiamo le regole del Digital Services Act». Significa, spiega, che gli algoritmi devono seguire norme stringenti «in modo che non ci sia manipolazione o interferenza nelle elezioni utilizzando questa piattaforma». E per essere ancora più chiara: «Sono sicura che le autorità responsabili stanno esaminando molto questo aspetto». Come a dire: vigileremo.

Sostenerlo nelle ore in cui viene ricevuta da Meloni non è banale, visto che la premier ha negato solo poche ore prima che Musk rappresenti un pericolo per la democrazia. Kallas invece rileva come la proprietà di X sia l’elemento sensibile della vicenda: «Se le persone potenti danno il loro endorsement, hanno un impatto. Possiamo regolamentarlo e dire che non si può avere un’opinione? No: la libertà di parola è uno dei principi fondamentali dell’Unione. Ma se gli strumenti che vengono utilizzati per interferire nelle elezioni non sono conformi alle regole, allora ci sono chiare conseguenze».

E d’altra parte, la pressione su X esercitata da Musk sta spaccando l’opinione pubblica. La sua conversazione pubblica sul social con la leader dei neonazisti tedeschi dell’Afd Alice Weidel ha suscitato sdegno in Germania, a un mese e mezzo dalle elezioni: «Un attacco da parte dei media tradizionali in Germania è esattamente ciò che mi aspettavo e volevo che accadesse — replica Musk su X — Aiuterà l’Afd a vincere». Ed è sempre di ieri la notizia che sessanta università tedesche hanno deciso di lasciare il social di Musk, con un’accusa: «I valori che promuovono diversità, libertà e scienza non sono più presenti sulla piattaforma».

Nel colloquio di Palazzo Chigi, però, Musk non entra. E neanche, riferiscono fonti informate, il nodo del possibile accordo tra l’Italia e SpaceX per utilizzare i satelliti del miliardario. Ne parla però sempre Kallas, prima dell’incontro: «Capisco dai media che non è stato ancora finalizzato l’appalto riguardante Starlink — dice — ma in ogni caso spetta agli Stati membri decidere con quale fornitore di servizi fare accordi». Decide l’Italia, insomma.

Di Ucraina, invece, dibattono Kallas e Meloni. La ministra degli esteri europea è estone ed è vicinissima a Kiev. Cerca di coordinarsi con la premier, che giovedì sera ha incontrato a Roma Zelensky. Per Meloni, tutto passa da un dato di realtà giudicato ineludibile: dobbiamo tenere a bordo gli Stati Uniti, perché dividere Europa e Usa non aiuterebbe neanche Kiev. Detta altrimenti: «Non possiamo europeizzare la crisi, come fosse solo un problema solo europeo».

Il segnale, soprattutto ai baltici — ma anche al Regno Unito e alla Polonia — è chiaro: serve un compromesso con Trump. Senza Washington, l’Europa non basterebbe comunque. La premier lo ha spiegato anche a Zelensky, che non conosce i dettagli del piano americano e le chiede sponda dopo la missione a Mar-A-Lago (e in vista di quella, ancora in bilico, all’Inauguration day del 20 gennaio, dove invece non è stata invitata Ursula von der Leyen). Tutto sarà più chiaro dopo l’insediamento del Presidente eletto. E soprattutto, dopo la missione in Europa del generale americano Keith Kellogg, inviato speciale per l’Ucraina. Sarà a Roma — ma anche a Varsavia e Londra — tra fine gennaio e i primi giorni di febbraio. Con un obiettivo: chiudere in fretta il conflitto.

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