ROMA — «No a padroni assoluti nelle regioni», punge Antonio Tajani da Rivisondoli. «La questione non è chiusa, si vedano i leader della coalizione», persevera la Lega. Sul mandato tris per i governatori il Carroccio non molla la presa. Anche se ormai per i soci di maggioranza l’insistenza degli ex lumbard assomiglia sempre più a una posa, a uno sparare più in alto (con la richiesta di concedere 5 anni extra a Luca Zaia e Max Fedriga) per accontentarsi, si fa per dire, di tenere la bandierina di Alberto da Giussano piazzata su due regioni strategiche, Veneto e Friuli Venezia-Giulia, che ingolosiscono da tempo FdI.
Giorgia Meloni di terzo mandato non vuole nemmeno sentir parlare. Ai suoi parlamentari ha chiesto di non intervenire più. In conferenza stampa ha parlato già del post-Zaia, mettendo sul tavolo l’ipotesi di calare un “Fratello” in pista. L’unico di FdI ad avere speso una parola sul tema, l’altro ieri, è stato Raffaele Speranzon, vice-capogruppo al Senato, ma solo per competenz…
ROMA — «No a padroni assoluti nelle regioni», punge Antonio Tajani da Rivisondoli. «La questione non è chiusa, si vedano i leader della coalizione», persevera la Lega. Sul mandato tris per i governatori il Carroccio non molla la presa. Anche se ormai per i soci di maggioranza l’insistenza degli ex lumbard assomiglia sempre più a una posa, a uno sparare più in alto (con la richiesta di concedere 5 anni extra a Luca Zaia e Max Fedriga) per accontentarsi, si fa per dire, di tenere la bandierina di Alberto da Giussano piazzata su due regioni strategiche, Veneto e Friuli Venezia-Giulia, che ingolosiscono da tempo FdI.
Giorgia Meloni di terzo mandato non vuole nemmeno sentir parlare. Ai suoi parlamentari ha chiesto di non intervenire più. In conferenza stampa ha parlato già del post-Zaia, mettendo sul tavolo l’ipotesi di calare un “Fratello” in pista. L’unico di FdI ad avere speso una parola sul tema, l’altro ieri, è stato Raffaele Speranzon, vice-capogruppo al Senato, ma solo per competenza territoriale, è di Venezia, e per rispondere agli avvertimenti minacciosi che arrivano dai fedelissimi di Zaia: se in Veneto il centrodestra non candida qualcuno della Lega, andiamo da soli. «Dichiarazioni per i loro iscritti», le liquida così Speranzon.
La Lega però non ha fretta di cedere la posizione. Per Massimiliano Romeo, capogruppo al Senato e segretario regionale della Lombardia, «la questione del terzo mandato per noi non è chiusa, dovranno vedersi i leader della coalizione e parlarne». L’ex ministro Gian Marco Centinaio, oggi vice-presidente di Palazzo Madama, propone da giorni di allargare il perimetro delle trattative, anche fuori dalla maggioranza: «Vogliamo aprire un confronto non solo nel centrodestra, ma con tutti i partiti». Tra gli alleati del Carroccio, c’è chi teme che il partito di Matteo Salvini possa tentare un altro blitz, magari con un emendamento al Milleproroghe, come avvenne a marzo dell’anno scorso su un altro decreto. Ma esponenti di via Bellerio già smentiscono o comunque frenano. Si rischierebbe un altro buco nell’acqua, visto che difficilmente dall’opposizione arriverebbero assist: il Pd è ormai compattamente contrario alla misura (nemmeno i bonacciniani la chiedono più), difficilmente arriverebbero sponde dal M5S come dai centristi, che comunque non sarebbero decisivi.
Anche FI non cambierà idea. L’ha ribadito ieri Antonio Tajani, duramente, non a domanda dei cronisti, ma nel discorso di apertura della convention montana degli azzurri in cui ha rilanciato anche lo Ius Italiae: «Siamo contro il terzo mandato perché in democrazia è bene che chi governa per 10 anni non si trasformi in padrone assoluto, ma possa lasciare il passo a un altro della coalizione». E certo FI promette «lealtà» agli alleati, «il che non vuol dire essere sottomessi».
Per azzurri e meloniani la pietra tombale alle ambizioni leghiste è stata la decisione del Cdm di impugnare la legge regionale della Campania voluta da Vincenzo De Luca, anche lui a caccia del tris. Nel ricorso di Palazzo Chigi c’è scritto che la norma voluta dal governatore viola 3 articoli della costituzione, motivo per cui l’impugnativa è necessaria per «prevenire il rischio di concentrazione e personalizzazione del potere». Vale per De Luca, vale per tutti.