Abedini scarcerato, rientro lampo in Iran. La decisione di Nordio: “Non ci sono le prove”
di Gabriella CeramiIl governo decide di accelerare e dopo la liberazione della giornalista Cecilia Sala dall’Iran anche Abedini Najafabadi Mohammad ieri ha lasciato il carcere di Opera. Tre giorni prima della sentenza della Corte d’appello di Milano, fissata per il 15 gennaio, Carlo Nordio ha disposto la scarcerazione immediata dell’ingegnere iraniano, detenuto dal 16 dicembre su richiesta degli Stati Uniti. Arrivata la richiesta di revoca della misura cautelare, all’alba si è riunito d’urgenza un collegio della quinta Corte d’appello che ha ratificato l’atto, come prevede la legge.
Il ministro della Giustizia, quando l’ingegnere iraniano era già in volo verso Teheran a bordo di un Falcon messo a disposizione dal governo italiano, con una nota ha comunicato di non aver riscontrato le condizioni per l’estradizione chiesta dagli americani e neanche elementi «a fondamento delle accuse rivolte» al presunto “uomo dei droni”. Sospettato di aver supportato i pasdaran e, assieme ad un complice arrestato n…
Il governo decide di accelerare e dopo la liberazione della giornalista Cecilia Sala dall’Iran anche Abedini Najafabadi Mohammad ieri ha lasciato il carcere di Opera. Tre giorni prima della sentenza della Corte d’appello di Milano, fissata per il 15 gennaio, Carlo Nordio ha disposto la scarcerazione immediata dell’ingegnere iraniano, detenuto dal 16 dicembre su richiesta degli Stati Uniti. Arrivata la richiesta di revoca della misura cautelare, all’alba si è riunito d’urgenza un collegio della quinta Corte d’appello che ha ratificato l’atto, come prevede la legge.
Il ministro della Giustizia, quando l’ingegnere iraniano era già in volo verso Teheran a bordo di un Falcon messo a disposizione dal governo italiano, con una nota ha comunicato di non aver riscontrato le condizioni per l’estradizione chiesta dagli americani e neanche elementi «a fondamento delle accuse rivolte» al presunto “uomo dei droni”. Sospettato di aver supportato i pasdaran e, assieme ad un complice arrestato negli Usa, di cospirazione per esportare componenti elettronici dall’America all’Iran violando le leggi statunitensi, su di lui pendeva anche un mandato di arresto internazionale perché accusato di aver avuto un ruolo chiave in un attentato in Giordania un anno fa, dove persero la vita tre militari americani.
Secondo via Arenula, invece, è emerso «con certezza unicamente lo svolgimento, attraverso società a lui riconducibili» che Abedini svolge «attività di produzione e commercio con il proprio Paese di strumenti tecnologici avente potenziali, ma non esclusive, applicazioni militari». L’Italia chiude così una vicenda legata a stretto filo all’arresto della reporter Cecilia Sala, fermata in Iran tre giorni dopo Abedini e rilasciata mercoledì scorso. Da subito è sorto il sospetto che si trattasse di una ritorsione, anche se il governo italiano ha sempre escluso che le due vicende fossero collegate. Tuttavia la stessa premier Giorgia Meloni, che ha incontrato a Mar-a-Lago il presidente eletto Donald Trump quando ancora la giornalista era nella prigione di Evin, aveva fatto sapere che sul caso Abedini c’era un «vaglio tecnico e politico» e che se ne discuteva «con gli amici americani», i quali chiedevano l’estradizione. Concederla avrebbe significato rompere con l’Iran che invece chiedeva la scarcerazione.
Dunque, non appena Abedini è atterrato, Teheran ha elogiato «la cooperazione di tutte le parti interessate». Si sarebbe trattato di un «malinteso - secondo l’agenzia ufficiale della magistratura iraniana, Mizan - ma il problema è stato comunque risolto grazie al seguito dato dal ministero degli Esteri dell’Iran e alle trattative tra l’intelligence della Repubblica islamica e i servizi segreti italiani». Le opposizioni mettono l’accento sullo «scambio» di detenuti tra Italia e Iran, come sottolinea Angelo Bonelli. «Una volta - dice il deputato di Avs - le decisioni per difendere gli interessi nazionali le prendevamo in autonomia, nel rispetto della sovranità nazionale: oggi chiediamo il permesso ad altri paesi esteri, in questo caso agli USA, facendoci rimpiangere Craxi ai tempi di Sigonella del lontano 1985». Secondo Danilo Della Valle, europarlamentare del Movimento 5 Stelle, da subito si sapeva che non vi erano i margini giuridici per trattenere Abedini in Italia e nono stante questo «l’Italia ha dimostrato ancora una volta di essere subordinata agli interessi degli Stati Uniti, arrivando di fatto a chiedere il permesso a Washington per applicare una norma chiara e inequivocabile». Carlo Calenda elogia il «buon lavoro» svolto «da Meloni, dal governo e dai servizi». Ma, ospite di La7, il leader di Azione aggiunge: «Ora non ci dicano che non c’è stato alcuno scambio».