“Scusate se ho sorriso poco”, dieci anni fa le dimissioni di Napolitano
di Concetto VecchioTre lettere. Una inviata a palazzo Chigi (c’era Renzi), altre due ai presidenti di Camera e Senato. Alle dieci del mattino del 14 gennaio 2015 – dieci anni fa – Giorgio Napolitano si dimetteva da presidente della Repubblica dopo quasi nove anni trascorsi al Quirinale. Un record. Nessun Capo dello Stato era mai stato eletto due volte. Sulla soglia dei 90 anni, acciaccato nella salute, sfiduciato per la crisi dei partiti, diceva basta. Tredici giorni dopo il Parlamento avrebbe eletto Sergio Mattarella, un professore timido che gli italiani avrebbero imparato ad apprezzare strada facendo ma che in quel momento era perlopiù sconosciuto al grande pubblico.
Napolitano tornò a vivere nel quartiere Monti, con la moglie Clio, al termine di due mandati nei quali era successo di tutto. Un Paese sfiduciato, anziano, bloccato. Il trionfo dell’antipolitica. La crisi dei debiti sovrani. Lo spread a 577. Gli scandali sessuali di Berlusconi. La chiamata di Mario Monti.
Abbassare i toni, fare le riform…
Tre lettere. Una inviata a palazzo Chigi (c’era Renzi), altre due ai presidenti di Camera e Senato. Alle dieci del mattino del 14 gennaio 2015 – dieci anni fa – Giorgio Napolitano si dimetteva da presidente della Repubblica dopo quasi nove anni trascorsi al Quirinale. Un record. Nessun Capo dello Stato era mai stato eletto due volte. Sulla soglia dei 90 anni, acciaccato nella salute, sfiduciato per la crisi dei partiti, diceva basta. Tredici giorni dopo il Parlamento avrebbe eletto Sergio Mattarella, un professore timido che gli italiani avrebbero imparato ad apprezzare strada facendo ma che in quel momento era perlopiù sconosciuto al grande pubblico.
Napolitano tornò a vivere nel quartiere Monti, con la moglie Clio, al termine di due mandati nei quali era successo di tutto. Un Paese sfiduciato, anziano, bloccato. Il trionfo dell’antipolitica. La crisi dei debiti sovrani. Lo spread a 577. Gli scandali sessuali di Berlusconi. La chiamata di Mario Monti.
Abbassare i toni, fare le riforme, aveva ripetuto Napolitano continuamente. Al contrario i toni, grazie a Beppe Grillo, si alzavano sempre di più, e il Parlamento mostrava la sua impotenza nella modernizzazione dello Stato. Proprio l’impotenza dei partiti aveva, nel 2013, costretto i leader a chiedergli di ripensarci facendolo tornare sui propri passi. Venne così rieletto. Un inedito. In Parlamento, il giorno della rielezione, andò in scena uno spettacolo straniante, con Napolitano che sferzava la classe politica e questa, ad ogni critica, lo applaudiva freneticamente.
Migliorista di scuola napoletana, severo, rigoroso, pignolo, aveva come stella polare la stabilità del sistema. Sognava un Paese normale, che avesse al centro l’europeismo, e godesse del rispetto dei nostri partner nelle cancellerie occidentali. Il New York Times coniò per lui la definizione di Re Giorgio. Perciò, nel 2010, all’epoca della scissione dei finiani, ordinò che fosse varata prima la legge finanziaria prima della mozione di sfiducia a Berlusconi. Un atto di serietà. Peccato che il Cavaliere se ne approfittò per procedere alla famosa compravendita degli Scilipoti e dei Razzi.
Per tredici giorni il reggente fu il presidente del Senato Grasso. “Scusate se ho sorriso poco”, si giustificò Napolitano uscendo dal palazzo. In un mondo di urlatori vanitosi è stato un presidente sobrio e ligio al dettato costituzionale, cercando sempre di tenere insieme un Paese rissoso con uno stile severo: una qualità poco italiana.