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Terzo mandato, Zaia strappa con FdI: “Vuole il Veneto? Le strade si separano”

Luca Zaia

 

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Il presidente della regione: “No alle lezioni da bocche che da 30 anni sono sfamate dal Parlamento”
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VENEZIA — «In Veneto una candidatura di Fratelli d’Italia deve essere tenuta in considerazione». Per rispondere a Giorgia Meloni, che si oppone al terzo mandato per i presidenti di Regione, Luca Zaia si è preso cinque giorni di inedito silenzio. «Veneto first— il mantra recitato ieri — qualcuno inamidato e calato dall’alto, qui creerebbe tensione». Un ultimatum al governo, oltre che un siluro contro la consegna a FdI del cuore del potere italiano che batte a Nordest. E un avvertimento all’intero centrodestra: «Se qui non abbiamo governato bene lo dicano: ma allora le nostre strade si separeranno ». A Venezia come a Roma. Traduzione: la Lega in autunno è pronta a correre da sola alle regionali e «io resto a disposizione del mio partito». Come candidato presidente al quarto giro di giostra, se la Corte costituzionale cancellerà il limite dei due mandati, o come leader di un largo cartello autonomista con un candidato governatore leghista, in competizione con FdI e FI. «Come dicono a Nap…

VENEZIA — «In Veneto una candidatura di Fratelli d’Italia deve essere tenuta in considerazione». Per rispondere a Giorgia Meloni, che si oppone al terzo mandato per i presidenti di Regione, Luca Zaia si è preso cinque giorni di inedito silenzio. «Veneto first— il mantra recitato ieri — qualcuno inamidato e calato dall’alto, qui creerebbe tensione». Un ultimatum al governo, oltre che un siluro contro la consegna a FdI del cuore del potere italiano che batte a Nordest. E un avvertimento all’intero centrodestra: «Se qui non abbiamo governato bene lo dicano: ma allora le nostre strade si separeranno ». A Venezia come a Roma. Traduzione: la Lega in autunno è pronta a correre da sola alle regionali e «io resto a disposizione del mio partito». Come candidato presidente al quarto giro di giostra, se la Corte costituzionale cancellerà il limite dei due mandati, o come leader di un largo cartello autonomista con un candidato governatore leghista, in competizione con FdI e FI. «Come dicono a Napoli addà passà a nuttata — scandisce Zaia da palazzo Balbi — come diciamo in Veneto il salame si mangia una fetta alla volta. Al voto mancano dieci mesi, un’era geologica in politica. Il limite alle candidature è un’anomalia e colpisce solo 150 sindaci eletti direttamente: inconcepibile che a invocarlo siano bocche che da trent’anni possono mangiare in parlamento, dando l’allarme contro la creazione di centri di potere».

Il Doge che governa il Veneto dal 2010 sorride tirato e «solo a malincuore» snocciola le priorità. «Al primo posto — dice — vengono i veneti, poi la Lega e infine il centrodestra. Da parte di FdI e FI non è lesa maestà voler partecipare alla partita. Il problema è concordare un punto di caduta. Queste fibrillazioni possono diventare pericolose a livello locale e nazionale». Archiviata l’attenzione a evitare uno strappo non ricucibile, sia con un Matteo Salvini in caduta libera che verso gli alleati Meloni e Tajani. «Se non verrà trovata una sintesi — il monito di Zaia — la Lega è pronta a rompere per andare da sola e non sarò io a tirarmi indietro ». Quando? Il prossimo ottobre — l’auspicio — o in un election day nella primavera 2026, assieme a Venezia e agli altri Comuni. «Mai pensato però all’inaugurazione delle Olimpiadi Milano-Cortina — la smentita del presidente alla giusta causa invocata da Salvini — sono anch’io un lettore di simili sciocchezze».

Ultima a morire, secondo il cerchio magico zaiano, la speranza di potersi ricandidare in extremis «come avviene in Regioni e province autonome». Davanti ad un «muro contro muro» interno al centrodestra, via libera dunque allo strappo che da settimane chiede a gran voce la pancia venetista: sempre più in rivolta, alla vigilia del congresso, anche contro i vertici salviniani in Lombardia, accusati di «mollare Venezia pur di salvare Milano». A preoccupare il successore di Galan, in caso di capolinea, lo scenario di un fuggi-fuggi interno da parte di consiglieri e assessori regionali, già impegnati nel riposizionamento a destra.

Di qui l’appello a «togliere i limiti per tutti» e le rassicurazioni sul proprio futuro comunque al centro del potere in Veneto. Obbiettivo del piano B: essere eletto consigliere regionale a furor di popolo, vegliare sulla propria eredità da presidente del consiglio regionale, tenersi in posizione di forza per trattare un’eventuale corsa a sindaco di Venezia nel 2026, o un posto da ministro a Roma. «Un suicidio politico — confermano a suoi consiglieri — farsi da parte senza lottare». «Aspettiamo Consulta e governo — avverte così Zaia — su terzo mandato e autonomia, poi ragioniamo. In gioco non c’è la mia poltrona, altrimenti avrei accettato la candidatura alle Europee ». Altro che «dieci mesi». Il tempo per vedere le carte in realtà stringe. Questione di giorni, anche perché il post-Zaia, per FdI e FI, è già iniziato. Fase uno: campagna acquisti tra sindaci e consiglieri comunali. Fase due, scelta del nuovo candidato- presidente da giocare al tavolo del centrodestra. Non a caso i due papabili ieri hanno parlato. Da una parte il senatore cadorino di FdI Luca De Carlo («Spiace che Zaia personalizzi, il centrodestra saprà scegliere il candidato migliore») dall’altra il deputato forzista Flavio Tosi («Se il candidato sarà espresso da FI allora sarò io»). Alternative a Zaia nel campo leghista? Il sindaco di Treviso Mario Conte, il segretario Alberto Stefani, o la fedelissima vice di Zaia, Elisa De Berti. Il centrosinistra? Ancora non pervenuto: e non è affatto detto che una rottura a destra, moltiplicando la concorrenza interna, riapra una partita che in Veneto storicamente non si è mai giocata.

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