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Agenti, Nordio rilancia lo scudo: “Il registro degli indagati è un flop”

Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio

 

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Il ministro lo definisce “un istituto fallito” e parla di un provvedimento allo studio che garantisca assistenza giudiziaria alle forze dell’ordine. Bignami (FdI): sì a un iter accelerato. Piantedosi: nessuno pensa a un’impunità
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Roma — Il ribaltamento è completo. Altro che registro degli indagati, bisogna voltare pagina e cancellare una norma nata con l’intenzione di proteggere chi finisce in un’indagine da eventuali abusi: «È un istituto fallito», si espone in aula al Senato Carlo Nordio, durante il question time. Tocca al ministro della Giustizia garantista, insomma, calare il sipario su una delle principali garanzie dell’indagato.

Non è un giorno qualunque, quello scelto da Nordio: alla Camera viene approvata in prima lettura la riforma che introduce la separazione delle carriere. Il Guardasigilli è nell’emiciclo a seguire la conta, e lo stesso fa dagli schermi del Transatlantico Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto al ministero della Giustizia.

Nordio, si diceva, rompe gli indugi proprio in questi stessi minuti sul registro degli indagati, così come sull’avviso di garanzia. «Viviamo in una distonia vecchia — premette — Da venticinque anni il registro degli indagati e l’informazione di garanzia sono is…

Roma — Il ribaltamento è completo. Altro che registro degli indagati, bisogna voltare pagina e cancellare una norma nata con l’intenzione di proteggere chi finisce in un’indagine da eventuali abusi: «È un istituto fallito», si espone in aula al Senato Carlo Nordio, durante il question time. Tocca al ministro della Giustizia garantista, insomma, calare il sipario su una delle principali garanzie dell’indagato.

Non è un giorno qualunque, quello scelto da Nordio: alla Camera viene approvata in prima lettura la riforma che introduce la separazione delle carriere. Il Guardasigilli è nell’emiciclo a seguire la conta, e lo stesso fa dagli schermi del Transatlantico Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto al ministero della Giustizia.

Nordio, si diceva, rompe gli indugi proprio in questi stessi minuti sul registro degli indagati, così come sull’avviso di garanzia. «Viviamo in una distonia vecchia — premette — Da venticinque anni il registro degli indagati e l’informazione di garanzia sono istituti falliti. Nati come garanzia nei confronti di chi è destinatario dell’atto, si sono trasformati in una condanna anticipata». Peggio: sono diventati «una sorta di gogna mediatica» che esclude i destinatari dei provvedimenti anche da possibili incarichi pubblici.

C’è un particolare che colpisce, nella presa di posizione pubblica del ministro: Nordio non illustra quale sia l’alternativa, né indica in quale altro modo si possa assicurare a chi è oggetto di indagini di venire a conoscenza della propria condizione in tempi ragionevoli. L’obiettivo è solo uno: costruire uno scudo. E farlo rivolgendosi innanzitutto a una categoria che interessa molto alla destra: le forze dell’ordine.

Lo scudo è in effetti l’altro dossier caldo del momento. Per il governo è prioritaria l’idea di schermare gli agenti coinvolti in fatti di cronaca, evitando loro — di fronte a “eclatanti” indicazioni di non colpevolezza — di finire indagati. «Se un carabiniere spara — ricorda Nordio — è automatica l’iscrizione nel registro degli indagati, perché ha il diritto di essere assistito in un’eventuale autopsia o perizia balistica. Ma in questo modo reca con sé questo marchio di infamia». Il Guardasigilli annuncia dunque la svolta: «Stiamo studiando un provvedimento che, senza essere scudo penale, possa coniugare le garanzie di una persona ad essere assistito in una eventuale indagine con il fatto di non essere iscritto in nessun registro degli indagati». Sembra ipotizzare una sorta di patrocinio legale dello Stato per le forze di polizia, evitando però agli agenti di transitare anche per un breve lasso di tempo nella condizione di indagato.

In questa direzione si muove anche Fratelli d’Italia. Si espone Galeazzo Bignami, capogruppo meloniano alla Camera. «Quello che noi intendiamo affermare, laddove ci sia un’evidenza della legittimità e non antigiuridicità della condotta da parte dell’agente, è che non ci sia l’iscrizione sul registro indagati». Come? Secondo Bignami, per garantire l’agente coinvolto si potrebbero anticipare al massimo alcune prove e accertamenti indifferibili — come perizie balistiche o tecniche — senza però indagarlo. Per i meloniani, la soluzione migliore sarebbe chiudere un percorso del genere in tempi strettissimi: una bozza nota anche a Palazzo Chigi assicura al pm la possibilità di prevedere un iter accelerato in cui tutto si consuma in sette giorni al massimo, fino all’archiviazione.

Al piano lavora anche il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, che per Meloni presidia il ministero. Il meloniano non si espone sui tempi e il vettore di questa nuova riforma, ma fornisce indizi: sarà un disegno di legge del governo, ma forse poi “adottato” dai gruppi parlamentari. Sullo scudo, infine, continua a farsi sentire anche il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi: «Nessuno pensa sia un’impunità. Certe definizioni sono state respinte dalle organizzazioni sindacali di polizia».

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