Separazione delle carriere, primo via libera alla Camera: “Era il sogno di Berlusconi”
di Conchita SanninoROMA — «Abbiamo vinto». Scene quasi da Champions League a bordo campo. Larghi sorrisi pure tra nemici di maggioranza, pacche sulle spalle, foto di gruppo con il ministro Nordio in postura di festa. È solo la prima lettura, ma la Camera espugnata segna una data storica: ecco il primo sì alla separazione delle carriere per i magistrati. I pubblici ministeri divisi dai giudici: con concorsi, destini e Consigli superiori divisi, quindi raddoppiati. Il testo entra ed esce blindato, come da indicazione della premier Meloni e del Guardasigilli: 174 favorevoli, 92 contrari, 5 astenuti. C’è persino la dedica collettiva: «A Silvio». Tra omaggio e postuma vendetta. Nordio interviene: «Era anche un mio sogno, l’ho scritto nei miei libri». E Salvini sui social: «Via libera della Camera ad una storica battaglia della Lega. Avanti su questa strada».
Ma mancano ancora tre letture: il ddl di revisione costituzionale arriva al Senato a breve, poi la pausa di legge e ancora una doppia approvazion…
ROMA — «Abbiamo vinto». Scene quasi da Champions League a bordo campo. Larghi sorrisi pure tra nemici di maggioranza, pacche sulle spalle, foto di gruppo con il ministro Nordio in postura di festa. È solo la prima lettura, ma la Camera espugnata segna una data storica: ecco il primo sì alla separazione delle carriere per i magistrati. I pubblici ministeri divisi dai giudici: con concorsi, destini e Consigli superiori divisi, quindi raddoppiati. Il testo entra ed esce blindato, come da indicazione della premier Meloni e del Guardasigilli: 174 favorevoli, 92 contrari, 5 astenuti. C’è persino la dedica collettiva: «A Silvio». Tra omaggio e postuma vendetta. Nordio interviene: «Era anche un mio sogno, l’ho scritto nei miei libri». E Salvini sui social: «Via libera della Camera ad una storica battaglia della Lega. Avanti su questa strada».
Ma mancano ancora tre letture: il ddl di revisione costituzionale arriva al Senato a breve, poi la pausa di legge e ancora una doppia approvazione delle Camere entro l’estate. Poi, alla fine, si andrà verso il referendum. L’eco è immediata e suscita preoccupazioni, sono contro toghe di destra e di sinistra. «Una riforma spinta da intenti punitivi, che apre la strada all’assoggettamento del pm al potere esecutivo, persegue un modello superato in molti Paesi, e avvicina l’Italia ai peggiori modelli illiberali amici della Meloni», tuona Chiara Braga, capogruppo dem alla Camera. E Debora Serracchiani, responsabile Giustizia del Pd: «Colpisce anche il furore ideologico, la corsa a colpi di maggioranza». Ma Nordio usa un velo di ironia: «Pm e giudici non perderanno l’indipendenza, saremo noi a liberarli da loro stessi, a renderli più autonomi dal giogo delle correnti».
L’Associazione nazionale magistrati non starà a guardare. «Dall’Aula sento che la riforma incarna un sogno di Berlusconi e di Nordio? Speriamo non diventi l’incubo degli italiani», è la caustica previsione di Alessandra Maddalena, la vice di Santalucia, ai vertici dell’Anm.
Il primo passo è fatto, comunque. Al fianco della maggioranza al completo votano anche Azione e i radicali di +Europa, si astengono i renziani di Iv perché, pur condividendo la separazione, non approvano né il sorteggio né la chiusura alle mediazioni. Danno battaglia fino all’ultimo Pd, M5s, Avs: «Un provvedimento pericoloso che non protegge neanche i cittadini da un pm-accusatore senza bilanciamento dei poteri», contestano. I loro emendamenti si infrangono per giorni contro il muro della destra.
È un (ex) voto, più che una votazione, a Montecitorio. Alla memoria. Tanti film e risentimenti che scorrono in uno, col ddl Nordio: Silvio, ma anche Tangentopoli, l’epopea dei Di Pietro di un tempo e il mezzo secolo appena celebrato dalla scomparsa di Craxi. «Ce l’abbiamo fatta, dopo 35 anni ci siamo, stiamo realizzando il sogno di Berlusconi», esultano alla fine liberamente i deputati di Fi dai banchi. Chi in tono composto come il viceministro Sisto («Seguiamo il suo progetto, e abbiamo determinazione e competenza per portarla fino in fondo»), chi minaccioso come Gasparri (contro il pentastellato ex pm di rango Federico Cafiero de Raho: «Se questa riforma non piace a uno come lui, ci mettiamo medaglia sul petto. Ci spieghi invece cosa successe nella sua Procura antimafia dove c’era Striano»), chi gridando contro le toghe, come l’avvocato e deputato azzurro messinese, Calderone («Ora vogliono scendere anche tra la gente e protestare, ma basta, devono applicare la legge e basta con la politica»). Euforia non del tutto incomprensibile: è la riforma di questo governo che più accelera, a dispetto del premierato rimasto in soffitta e dell’autonomia differenziata ridotta a brandelli dalla Consulta.
Il Guardasigilli, poco dopo, torna a citarsi: «Comprendo che le cose che ho scritto negli ultimi 30 anni possono essere non completamente realizzate, ma la madre delle riforme, la separazione delle carriere e l’istituzione dell’Alta Corte e il sorteggio dei magistrati, avrà conseguenze positive». È la stessa soddisfazione di Enrico Costa, il “falco” che ha sempre spinto la riforma nei vari partiti attraversati (ex berlusconiano, ex Azione, tornato in FI) «Ci fermeranno tutti, godiamoci la vittoria, perché proveranno ogni espediente per bloccarci. E sarà solo un assaggio». Almeno su questo, gli opposti schieramenti concordano.