Veneto, Tajani chiude la porta a Zaia. E la Lega va a caccia di nuovi alleati
di Matteo Pucciarelli«Il problema non è Luca Zaia, ma la regola generale: non si fanno le leggi per una persona o per l’altra. È una questione di principio, non legata al Veneto o alla Campania», dice il presidente di Forza Italia Antonio Tajani. È il ritornello degli alleati del centrodestra alla Lega per sbarrarle la strada in Veneto, cioè fermando quello che sarebbe addirittura il quarto mandato dell’attuale presidente. Appunto, evocare la “questione di principio” su Zaia; volendo però più che altro sfilare la guida della Regione al Carroccio. Di tutta questa vicenda «sarà il segretario Matteo Salvini a discuterne all’interno della maggioranza», si limita a dire adesso lo stesso Zaia. Quel che aveva da spiegare, alla coalizione ma al suo stesso partito, è noto da qualche giorno: se il Veneto non resterà alla Lega, allora la Liga Veneta — la diramazione venetista di via Bellerio — correrà sganciata da Fratelli d’Italia e Forza Italia. Messaggio che Salvini ha fatto suo.
Del resto il partito veneto…
«Il problema non è Luca Zaia, ma la regola generale: non si fanno le leggi per una persona o per l’altra. È una questione di principio, non legata al Veneto o alla Campania», dice il presidente di Forza Italia Antonio Tajani. È il ritornello degli alleati del centrodestra alla Lega per sbarrarle la strada in Veneto, cioè fermando quello che sarebbe addirittura il quarto mandato dell’attuale presidente. Appunto, evocare la “questione di principio” su Zaia; volendo però più che altro sfilare la guida della Regione al Carroccio. Di tutta questa vicenda «sarà il segretario Matteo Salvini a discuterne all’interno della maggioranza», si limita a dire adesso lo stesso Zaia. Quel che aveva da spiegare, alla coalizione ma al suo stesso partito, è noto da qualche giorno: se il Veneto non resterà alla Lega, allora la Liga Veneta — la diramazione venetista di via Bellerio — correrà sganciata da Fratelli d’Italia e Forza Italia. Messaggio che Salvini ha fatto suo.
Del resto il partito veneto, che da solo fa oltre 10 mila tessere ed è guidato dal deputato Alberto Stefani, sta già lavorando ad un proprio quadro di alleanze alternativo a quello tradizionale: oltre alla lista Liga, quella di Zaia, una centrista, un paio di civiche e magari Azione di Carlo Calenda. «Una cosa sono le consultazioni nazionali, un’altra le amministrative dove conta il radicamento territoriale», rispondono i leghisti a chi ricorda che in Veneto il partito di Giorgia Meloni è in testa dal 2022. L’ex ministro Gian Marco Centinaio confida comunque nella soluzione unitaria del centrodestra: «Non voglio nemmeno immaginare che si possa arrivare a una spaccatura. D’altra parte la Lega in Veneto ha un patrimonio di amministratori, il cui valore va ben oltre i voti che si possono prendere alle Politiche o alle Europee. E sono risorse fondamentali per vincere e per governare bene. I nostri alleati non possono non tenerne conto».
La Lega in questa fase è compatta attorno a Zaia tranne un solo caso, quello dell’eurodeputato Roberto Vannacci, contrario a terzi o quarti mandati. Eletto come indipendente e sempre più indipendente: il 1° febbraio sarà in Veneto con un programma particolare “griffato” Mondo al contrario: cioè tour turistico e buffet sulla motonave alla scoperta dell’isola di Torcello. Quota di partecipazione 35 euro, comunque sia un po’ poco come iniziativa per impensierire la vecchia Liga — fondata nel 1979, ben prima dei lumbard — che non lo ha mai patito troppo e che adesso ha dato indicazione informale ai militanti di ignorarne incontri ed eventi sul territorio.
Dopodiché il ginepraio dei mandati agita anche l’opposizione, visto che il caso Zaia è in realtà uno spin-off di quello in Campania con Vincenzo De Luca. Il governo infatti ha impugnato la legge campana — ma non quella identica fatta dal Piemonte un anno e mezzo fa, regione guidata dal centrodestra con un presidente di Forza Italia, a proposito delle “questioni di principio” evocate da Tajani — che di fatto allunga il limite e consentirebbe a De Luca il tris e ora si attende il giudizio della Corte Costituzionale.
«Il futuro di un territorio chi deve deciderlo? I cittadini o i burocrati di partito che stanno a Roma? Loro, i cacicchi veri, che non hanno mai rapporti con i territori? Il futuro di un territorio lo decidono gli elettori, questo mi sembra un principio democratico irrinunciabile», è il ragionamento del presidente eletto con il Pd. Pronto, esattamente come i lighisti, a vendere cara la pelle