Roma — Inammissibile. La Corte costituzionale sbarra la strada al referendum che puntava all’abrogazione totale dell’Autonomia differenziata targata Lega. Gelati gli entusiasmi della sinistra, ma a leggere le poche righe di comunicato della Corte, appaiono poco fondati anche il plauso e l’esultanza della Lega. Passano, invece, tutti gli altri quesiti referendari, su lavoro, diritti e cittadinanza, per i quali la Cgil, + Europa e società civile avevano raccolto oltre 4 milioni di firme.
Sette ore di camera di consiglio ma sembra siano state poche le divergenze interne sul sì o no all’autonomia, superate poi nella decisione che viene sintetizzata in uno stringato comunicato.
Due pagine. Ma è la prima, quella con il diniego, a pesare di…
Roma — Inammissibile. La Corte costituzionale sbarra la strada al referendum che puntava all’abrogazione totale dell’Autonomia differenziata targata Lega. Gelati gli entusiasmi della sinistra, ma a leggere le poche righe di comunicato della Corte, appaiono poco fondati anche il plauso e l’esultanza della Lega. Passano, invece, tutti gli altri quesiti referendari, su lavoro, diritti e cittadinanza, per i quali la Cgil, + Europa e società civile avevano raccolto oltre 4 milioni di firme.
Sette ore di camera di consiglio ma sembra siano state poche le divergenze interne sul sì o no all’autonomia, superate poi nella decisione che viene sintetizzata in uno stringato comunicato.
Due pagine. Ma è la prima, quella con il diniego, a pesare di più, sul regionalismo. Relatore Marco D’Alberti, vicino al collega Cassese, allievo del maestro Giannini.
In attesa del deposito della sentenza, la Consulta scrive che ha stoppato «il quesito referendario sulla legge n. 86 del 2024, come risultante dalla sua sentenza n. 192 del 2024», perché ormai «l’oggetto e la finalità» di quel quesito non risultano chiari» e ciò «pregiudica la possibilità di una scelta consapevole da parte dell’elettore».
Se la legge Calderoli è stata demolita dalla stessa sentenza 192 della Corte – questo, in estrema sintesi, il ragionamento dei giudici – se insomma il disegno leghista che violava i principi di eguaglianza e sussidiarietà è stato reso fondamentalmente inapplicabile all’esito di quei pesanti rilievi di incostituzionalità, quale sarebbe la legge da abrogare? In realtà, è l’esame della Consulta, i cittadini finirebbero per esprimersi su un generico gradimento dell’autonomia, che invece è previsto dalla Costituzione.
Autonomia, Villone: scelta non condivisibile e un po’ cerchiobottista, il comitato ora si scioglierà
«Il referendum verrebbe ad avere una portata che ne altera la funzione, risolvendosi in una scelta sull’autonomia differenziata come tale – sottolinea ancora la Corte – e in definitiva sull’articolo 116, terzo comma, della Costituzione; il che non può essere oggetto di referendum abrogativo, ma solo eventualmente di revisione costituzionale».
Ecco perché arriva la bocciatura, insieme però al via libera per gli altri cinque referendum.
Dopo l’ultima udienza pubblica, in cui sono stati ascoltati gli esponenti dei rispettivi comitati, ecco la raffica di sì per gli altri cinque quesiti che chiamano i cittadini alla consultazione popolare (quorum permettendo, certo) su un nuovo volto di diritti e lavoro nel Paese: sulla demolizione del Jobs act, sul dimezzamento dei tempi (da dieci a cinque anni di residenza) per l’acquisizione della cittadinanza italiana, e anche sulla responsabilità solidale di aziende (appalti e subappalti) in chiave di sicurezza anti-infortuni.
È una vittoria a metà, per comitati promotori, sindacato ed opposizioni, considerando il peso e le attese politiche legate al destino referendario del regionalismo di Calderoli.
Subito dopo la pubblicazione del comunicato, è il governatore del Veneto Zaia a lanciarsi in un commento soddisfatto e nell’incitamento, “Avanti tutta”. Parole che provocano «stupore» dalle parti del Palazzo della Consulta, che si appresta a depositare le motivazioni tra pochi giorni, termine ultimo 10 febbraio.
Tempi serrati, quelli in cui si è mossa la Corte, anche per effetto dei prolungati ritardi della politica. La Consulta ha peraltro deciso con un quorum ridotto al minimo storico – solo 11 giudici su 15 – dopo aver invano atteso che il Parlamento compisse il suo dovere nell’elezione dei quattro membri che mancano, per i quali ci si attendeva l’accordo tra maggioranza ed opposizione entro martedì scorso. Il patto maggioranza-opposizione invece è saltato, in aula ci riproveranno giovedì.
Oggi la Corte entra di nuovo in camera di consiglio per eleggere il nuovo presidente: sarà Giovanni Amoroso, 75 anni, che già aveva l’interim (dopo la fine del mandato di Barbera) ad assumere la guida della Consulta. E oggi incontra la stampa, dopo la prima decisione dell’anno che infiamma la politica.