Strasburgo — «L’Ue e la Francia rischiano di restare schiacciati». Nessuna parola più di queste può descrivere lo stato d’animo che si vive nell’Unione europea e in molti dei singoli stati dell’Ue nel giorno dell’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca. Questa considerazione non è lo sfogo di una persona qualsiasi ma del primo ministro francese, Francois Bayrou.
E in effetti l’allarme è piuttosto diffuso. Anche nella cena dei ministri finanziari europei che ha fatto seguito alla riunione dell’Eurogruppo il clima era esattamente questo: paura. Perché la minaccia del neo presidente Usa di imporre dazi ai prodotti del Vecchio Continente può rivelarsi una mazzata alla nostra già fragile economia. Sia le proiezioni del Fondo Monetario internazionale sia quelle della stessa Commissione Ue segnano un impatto molto pesante sul pil. La crescita potrebbe ridursi di diversi decimali, almeno dello 0,3 per cento in Italia Francia e Germania. A Palazzo Berlaymont hanno già fatto i conti facen…
Strasburgo — «L’Ue e la Francia rischiano di restare schiacciati». Nessuna parola più di queste può descrivere lo stato d’animo che si vive nell’Unione europea e in molti dei singoli stati dell’Ue nel giorno dell’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca. Questa considerazione non è lo sfogo di una persona qualsiasi ma del primo ministro francese, Francois Bayrou.
E in effetti l’allarme è piuttosto diffuso. Anche nella cena dei ministri finanziari europei che ha fatto seguito alla riunione dell’Eurogruppo il clima era esattamente questo: paura. Perché la minaccia del neo presidente Usa di imporre dazi ai prodotti del Vecchio Continente può rivelarsi una mazzata alla nostra già fragile economia. Sia le proiezioni del Fondo Monetario internazionale sia quelle della stessa Commissione Ue segnano un impatto molto pesante sul pil. La crescita potrebbe ridursi di diversi decimali, almeno dello 0,3 per cento in Italia Francia e Germania. A Palazzo Berlaymont hanno già fatto i conti facendo una differenza tra prodotti finiti e i semilavorati nella certezza che Trump non tasserà questi ultimi che alimentano le aziende a stelle e strisce. «Vale la pena di notare — ha ammesso il Commissario agli affari economici, Valdis Dombrovskis, facendo qualche numero — che, se dovesse esserci una frammentazione del commercio internazionale in blocchi separati, secondo alcuni studi l’impatto potrebbe essere così negativo da arrivare a sottrarre al Pil mondiale il 7%, che sarebbe come togliere l’economia di Francia e Germania insieme».
La risposta a questi pericoli al momento sembra però piuttosto formale e burocratica. Così mentre uno dei portavoce di Ursula von der Leyen ha sottolineato che Giorgia Meloni non è volata a Washington con un messaggio della presidente di Commissione, nello stesso tempo ha spiegato che non è ancora previsto un incontro con il presidente americano. E poi la responsabile dell’esecutivo europeo ha inviato un messaggio che ricalca tutti quelli trasmessi in queste occasioni, senza cogliere l’eccezionalità della situazione: «Auguri Presidente Trump per il suo mandato di 47esimo Presidente degli Stati Uniti. L’Ue è ansiosa di lavorare a stretto contatto con lei per affrontare le sfide globali. Insieme, le nostre società possono raggiungere una maggiore prosperità e rafforzare la loro sicurezza comune. Questa è la forza duratura del partenariato transatlantico». Eppure dalla guerra in Ucraina alle nuove necessità per la Difesa europea fino, appunto, ai rapporti commerciali, niente è ordinario. «Gli interessi europei — ha osservato allora il Commissario agli affari interni, il francese Stephane Sejourne, facendo chiaro riferimento a Giorgia Meloni — sono strettamente legati dal punto di vista economico. Per questo distinguo tra la presenza simbolica di un certo numero di leader politici all’insediamento di Trump e i nostri interessi economici. Abbiamo interesse a parlare con una sola voce a livello Ue». Il pericolo di una “guerra commerciale” è ormai ben presente. Lo stesso Dombrovskis ha avvertito: «Siamo pronti a difendere i nostri interessi economici se ciò dovesse diventare necessario». Infine c’è un “non detto” grande come una casa: il sospetto che l’obiettivo del tycoon sia proprio quello di colpire l’Ue. Ne è stata la prova la minaccia lanciata dal primo ministro ungherese, il sovranista Viktor Orbán: «Solo poche ore e anche il sole splenderà in modo diverso a Bruxelles. Il grande attacco può iniziare, la seconda fase dell’offensiva per la conquista di Bruxelles».