Giacomo Possamai, 34 anni, sindaco di Vicenza del Pd: dopo lo stop della Consulta al referendum pensa che il centrosinistra debba fare ancora le barricate contro l’autonomia differenziata?
“Dipende dalla reale disponibilità della destra a riscrivere la norma in profondità e in parlamento”.
Un no a priori è consegnato al passato?
“Una chiusura pregiudiziale non c’è mai stata. La Corte costituzionale ha rinviato al parlamento il dovere di immaginare un’autonomia equa. Se la destra ne prende atto e accetta il confronto, sedersi a discutere è necessario: a patto che si parli di tutte le autonomie locali”.
Cosa intende dire?
“I sindaci sono di fatto senza competenze e senza soldi. La quasi totalità delle risorse sono trasferimenti dallo Stato. L’autonomia non può restare circoscritta al decentramento regionale”.
Giacomo Possamai, 34 anni, sindaco di Vicenza del Pd: dopo lo stop della Consulta al referendum pensa che il centrosinistra debba fare ancora le barricate contro l’autonomia differenziata?
“Dipende dalla reale disponibilità della destra a riscrivere la norma in profondità e in parlamento”.
Un no a priori è consegnato al passato?
“Una chiusura pregiudiziale non c’è mai stata. La Corte costituzionale ha rinviato al parlamento il dovere di immaginare un’autonomia equa. Se la destra ne prende atto e accetta il confronto, sedersi a discutere è necessario: a patto che si parli di tutte le autonomie locali”.
Cosa intende dire?
“I sindaci sono di fatto senza competenze e senza soldi. La quasi totalità delle risorse sono trasferimenti dallo Stato. L’autonomia non può restare circoscritta al decentramento regionale”.
Per le cariche elettive, dai sindaci ai presidenti di Regione, è opportuno un limite ai mandati?
“Sì. Per favorire un fisiologico ricambio il Pd ha già un limite alle candidature, anche per i parlamentari. Trovo discutibile che per i sindaci il metro sia il numero degli abitanti. Non sarebbe poi scandaloso alzare da due a tre i mandati possibili per tutti”.
Condivide il timore che l’elezione diretta senza limiti favorisca la tentazione del voto di scambio?
“Il clientelismo può tradire la politica anche al primo mandato. Vale pure per la creazione di ipotizzati centri di potere. Il limite ai mandati elettivi si giustifica con la democratica necessità di nuove idee”.
Il Veneto, come il resto del Nord, possono essere governati bene solo dalla Lega?
“Ovviamente no. Il punto è che la Lega si risolve in un movimento identitario. Considera il Nord la sua Catalogna. Oggi parla di autonomia, ma la propaganda non smette di blandire il miraggio dell’indipendenza. In Veneto il leader della Liga si chiama segretario nazionale. La realtà è che negli ultimi trent’anni il centrosinistra ha governato bene città e regioni anche del Nord”.
La propaganda identitaria, localista o nazionalista, mina la democrazia?
“Se i contrappesi previsti della Costituzione restano, no. L’attenzione collettiva deve concentrarsi sul contrasto al progressivo smantellamento dei diritti costituzionali”.
Condivide la sfiducia di Zaia verso qualsiasi candidato presidente diverso da se stesso?
“Non mi occupo dei problemi di sovrapposizione personale e identitaria del centrodestra. Nessuno è indispensabile. Dopo il voto del prossimo autunno il Veneto ha bisogno di un presidente totalmente diverso da quello attuale”.
Può tracciarne un profilo?
“C’è bisogno di qualcuno che non controlli il consenso, ma che si prenda cura delle necessità. Le priorità sono sanità, educazione, diritto allo studio, mobilità, università e ambiente”.
Considera giustificato il malessere di un centrodestra ridotto a serbatoio di voti per il candidato della Lega?
“Il problema è lo scontro tra due punti di vista impossibili da comporre: la Lega dipende dalla propria immagine identitaria, ma Fdi ha oltre il doppio dei voti. Uno dei due risulterà sconfitto”.
Lei direbbe, come Zaia, “Veneto first”?
“Nella propaganda di un amministratore la banalità dell’ovvio blandisce la volontà di esclusione sottesa con la retorica del politico”.
E dunque?
“Il Veneto ha bisogno esattamente del contrario: con Zaia si è chiuso anche troppo, ora ha un disperato bisogno di aprirsi. Parli con gli imprenditori, o con i giovani. Lo slogan “Prima i veneti” fa sorridere, ma spaventa. La Serenissima repubblica di Venezia deve la sua fortuna alla multiculturalità e alle relazioni internazionali”.
Nel centrosinistra chi è l’anti-Zaia, o il candidato alternativo a quello del centrodestra?
“Alternativa è l’idea della politica. Stiamo costruendo, senza tensioni, una coalizione larga che condivide progetti comuni. In Veneto c’è molto spazio per crescere: penso solo a una vera metropolitana, capace di collegare ogni zona della regione”.
Nel centrodestra la rosa dei nomi è già nota e ristretta: al centrosinistra un candidato non serve?
“Oggi è positivo non occuparsi dei nomi. Per il centrodestra tutto si risolve nella successione a Zaia. Noi selezioniamo sul territorio le cose da fare. Entro la primavera uscirà anche il nome giusto”.
Lei accetterebbe la sfida al dopo-Zaia, magari misurandosi contro Mario Conte, suo collega sindaco leghista di Treviso?
“Io sono un sindaco al primo mandato, eletto da nemmeno due anni”.
Lo stop a Zaia e lo scontro nel centrodestra aprono spazi per il centrosinistra?
“L’errore da non ripetere è programmarsi come antitetici. Questo è il limite storico del centrosinistra in Veneto. Il nostro compito è proporre persone e idee credibili in assoluto. Il vuoto altrui, più che aprire possibilità, impone responsabilità”.
A sinistra la ricostruzione di un centro ha bisogno anche di un passaggio generazionale?
“Il Pd è guidato da una segretaria e da una squadra under 40. Sul territorio i giovani che si mettono a disposizione non mancano nemmeno al riformismo più moderato. Le figure autorevoli non vanno rottamate: serve il giusto mix tra entusiasmo ed esperienza”.