«Un messaggio molto aggressivo e preoccupante, è come se Trump esprimesse già un delirio di onnipotenza. La domanda è se Giorgia Meloni sarà in grado di fare rispettare gli interessi europei e italiani. Spero che si sia chiesta perché c’era solo lei a Washington e perché la Ue non è stata coinvolta». È scura in volto, Elly Schlein. All’indomani dell’Inauguration day, riunisce la segreteria del Pd e prova a tracciare la rotta per il mondo nuovo e inquietante disegnato dal tycoon sulla Rotonda del Campidoglio affollata di fedelissimi. Fra i quali ormai a pieno titolo compare la premier di FdI.
Alla manciata di dirigenti convocati al Nazareno per aggiornare l’agenda dell’opposizione, la leader dem offre un quadro fosco. Sia sul piano interno, sia su quello internazionale, accomunati dallo stesso denominatore: l’avanzata delle destre che, a ogni latitudine, minaccia di sconvolgere gli assetti democratici e le istituzioni su cui poggiano. Parlando a braccio per una quarantina di min…
«Un messaggio molto aggressivo e preoccupante, è come se Trump esprimesse già un delirio di onnipotenza. La domanda è se Giorgia Meloni sarà in grado di fare rispettare gli interessi europei e italiani. Spero che si sia chiesta perché c’era solo lei a Washington e perché la Ue non è stata coinvolta». È scura in volto, Elly Schlein. All’indomani dell’Inauguration day, riunisce la segreteria del Pd e prova a tracciare la rotta per il mondo nuovo e inquietante disegnato dal tycoon sulla Rotonda del Campidoglio affollata di fedelissimi. Fra i quali ormai a pieno titolo compare la premier di FdI.
Alla manciata di dirigenti convocati al Nazareno per aggiornare l’agenda dell’opposizione, la leader dem offre un quadro fosco. Sia sul piano interno, sia su quello internazionale, accomunati dallo stesso denominatore: l’avanzata delle destre che, a ogni latitudine, minaccia di sconvolgere gli assetti democratici e le istituzioni su cui poggiano. Parlando a braccio per una quarantina di minuti, tocca tutti i nodi da affrontare nelle prossime settimane: l’influenza dell’America first sugli equilibri globali, la difesa dell’Europa, la battaglia referendaria sull’autonomia azzoppata dalla Consulta, la creazione di un campo progressista in grado di battere l’attuale maggioranza. Badando però bene a sorvolare sulla discussione aperta da cattolici e liberal di rito dem, riuniti sabato fra Milano e Orvieto: un dibattito che non l’appassiona e che lei preferisce ignorare. Nonostante Romano Prodi, tornato ieri a martellare.
«Bisogna prepararsi a un eventuale ritorno al governo. Per farlo, serve rafforzare il Pd e stringere un’alleanza che possa arrivare al 50%», il ragionamento del Professore. «Oggi il Pd è il partito più grande, ma non basta. Si deve creare una coalizione di ampio respiro, capire cosa possiamo fare assieme, quale il programma da proporre agli elettori. Il Pd col suo 25% rappresenta la metà dei voti per vincere, adesso bisogna arrivare all’altra metà, fare appello agli astenuti». Una riflessione di sistema, arricchita in coda da una frecciata al vetriolo: «Lo può fare Schlein? Dipende se vuole e se ha la capacità di arrivare a questo obiettivo», graffia il fondatore dell’Ulivo. Portatore di un’urgenza, che al Nazareno non sembrano avvertire: «Occorre unire le forze democratiche perché contrastino una deriva autoritaria che in Italia non può non venire se non c’è un’alternativa», l’allarme lanciato dall’ex premier. Che tuttavia la segretaria preferisce non raccogliere.
Le priorità, adesso, sono altre. Innanzitutto «gli scenari nuovi» inaugurati dal trumpismo, laddove «il nazionalismo di destra si salda con il capitalismo tecnologico delle big tech, dei dati e dei satelliti. Per questo serve una risposta forte della Ue», incalza la segretaria. «E se l’Europa è in ritardo, allora vanno messi più soldi senza svendere la sicurezza nazionale ed europea al migliore offerente». Questione che si somma «a quella dei dazi, un problema per un Paese come il nostro e per tutto il continente, alla deportazione dei migranti, alla cancellazione dello Ius soli e delle politiche di genere». Frutti di un rigurgito reazionario applaudito da Meloni. Sulla quale a questo punto è legittimo chiedersi «se farà gli interessi dell’Italia e della Ue».
«È andata lì in solitudine», attacca Schlein, nessun altro europeo era stato invitato. Ma un motivo c’è: «Trump sta cercando alleati per disgregare l’Europa». E ora la premier rischia di fare il gioco suo e dell’amico Musk, che sul palco si è persino esibito nel saluto romano, sebbene poi negato. «Quel gesto era evidente», contesta la deputata dem: «Noi antifascisti sempre», rivendica.
È questa la sfida più grande che attende i democratici e i socialisti europei. Mentre sul fronte domestico il Pd proseguirà la battaglia sui referendum rimasti in piedi, nonostante «il rammarico» per lo stop al quesito sull’autonomia. Ma «la mobilitazione continua, non verrà dispersa», giura Schlein: «La Corte aveva già smontato la legge Calderoli, dobbiamo assicurarci che quei rilievi vengano recepiti». E pazienza se molti, nel partito, sono contrari ad abolire il Jobs Act come proposto dalla Cgil. Glielo dice chiaro Alessandro Alfieri: «All’epoca lo votammo tutti, rischiamo di riaprire una ferita». Ma la segretaria non vuol sentire ragioni: «Io ho firmato, non faremo mancare il nostro contributo».
Quanto alla coalizione, meglio restare sul vago. «Rilanceremo il nostro progetto per l’Italia in cinque punti e lo offriremo alle altre opposizioni. Con le quali proveremo a concordare iniziative comuni fuori e dentro il Parlamento». Un ritornello già sentito. Fin qui lettera morta. Con buona pace di Prodi.