Milano — Le opposizioni lo definiscono senza mezzi termini un “lodo anti-Report”; la piccola organizzazione sindacale di destra di viale Mazzini Unirai minimizza, mentre Maurizio Gasparri alza il tiro: la Rai, dice il senatore di Forza Italia, «dovrebbe cacciare il diffamatore Sigfrido Ranucci».
Ad aprire il caso, la circolare dell’amministratore delegato Gianpaolo Rossi, inviata venerdì, con la quale viene spiegato che «tutti i programmi devono essere assegnati ad una “struttura editoriale” formalmente istituita nell’ambito di una direzione di genere ed avente un responsabile di struttura». Il quale eserciterà «la gestione editoriale di ogni programma», in nessun caso «affidabile al conduttore». E siccome Ranucci è sia vicedirettore degli Approfondimenti (il ge…
Milano — Le opposizioni lo definiscono senza mezzi termini un “lodo anti-Report”; la piccola organizzazione sindacale di destra di viale Mazzini Unirai minimizza, mentre Maurizio Gasparri alza il tiro: la Rai, dice il senatore di Forza Italia, «dovrebbe cacciare il diffamatore Sigfrido Ranucci».
Ad aprire il caso, la circolare dell’amministratore delegato Gianpaolo Rossi, inviata venerdì, con la quale viene spiegato che «tutti i programmi devono essere assegnati ad una “struttura editoriale” formalmente istituita nell’ambito di una direzione di genere ed avente un responsabile di struttura». Il quale eserciterà «la gestione editoriale di ogni programma», in nessun caso «affidabile al conduttore». E siccome Ranucci è sia vicedirettore degli Approfondimenti (il genere che sovrintende ai format giornalistici) sia il conduttore della trasmissione d’inchiesta si ritroverebbe, di fatto, commissariato. «Non c’è nulla di normale nel mettere un controllore su programmi di informazione come Report che hanno, da sempre, un giornalista come autore e conduttore e oggi un direttore giornalista che supervisiona le puntate prima della messa in onda», è la posizione di Usigrai, il sindacato maggioritario dei giornalisti della rete pubblica. Secondo l’esecutivo dell’organizzazione sindacale, «i vertici Rai, ingessati dalla politica che impedisce loro anche di nominare i direttori di testata, eseguono le direttive di chi non gradisce le inchieste giornalistiche. Spacciano per normale il controllo editoriale sui programmi di informazione che vogliono affidare a un non meglio identificato dirigente che dovrebbe dunque decidere su un prodotto che ha figure giornalistiche di vertice con le qualifiche necessarie per realizzare e controllare ogni puntata. Stanno commissariando spazi di informazione che non riescono a bloccare in altro modo». Altra lettura da Unirai, sigla nata nel 2023 e molto vicina alla maggioranza di governo: «Infondati allarmismi per fomentare strumentali attacchi politici contro il servizio pubblico».
La minoranza si schiera a difesa di Report, trasmissione che da anni, e in maniera trasversale, svolge inchieste che riguardano l’intreccio tra politica e affari. «Mentre l’Europa ha realizzato il Freedom Act che dà più spazi di libertà al servizio pubblico — ragiona Stefano Graziano, capogruppo del Pd in commissione Vigilanza Rai — qui la tv di Stato appare la gazzetta ufficiale del governo, è un atteggiamento da democratura più che democrazia. E questo nuovo provvedimento è di natura liberticida. Solo che ora, dopo il fallimento in termini di ascolti e reputazione di tele-Meloni, se entro agosto non applicheremo il Freedom Act arriverà l’infrazione e il conto lo pagheranno gli italiani». Barbara Floridia (M5S) della commissione di Vigilanza è presidente: «Sarebbe necessario convocare l’ad per fare chiarezza e capire quali siano le vere intenzioni di questa direttiva. Ma non si può, visto che da mesi la commissione è paralizzata dal boicottaggio della maggioranza, che ne sta impedendo i lavori come strumento di ricatto per la nomina del presidente della Rai».
Nell’ultima puntata Report è tornata a toccare nervi scoperti per il centrodestra: un focus sulla ministra Daniela Santanchè, il rinvio a giudizio per falso in bilancio sulla questione Visibilia e i rapporti con una società di Dubai; i rischi idrogeologici legati alla realizzazione del Ponte sullo Stretto; il mancato aggiornamento del piano pandemico; infine il seggio conquistato in Calabria dal M5S e “scippato” da Fi a seguito di un riconteggio eseguito con criteri discutibili. La polemica continua.