Albania, lo sbarco dei 49 migranti. Polemica sulle visite mediche
dal nostro inviato Davide CarlucciShengjin — Ci mancava solo il blackout. L’hotspot italiano, ieri sera, era l’unico punto di luce nel buio del porto e della periferia di Shengjiin, la sonnecchiosa cittadina albanese che aspetta l’estate per tornare a vivere. Per completare le procedure di identificazione dei 49 migranti, prelevati dalle acque internazionali al largo di Lampedusa e approdati in mattinata in Albania, si è dovuti ricorrere ai generatori. Ma la missione del governo italiano è alimentata dall’ostinazione.
Al terzo round dello scontro con i giudici, dopo le due partite perse a ottobre e novembre, arriva con un numero inferiore di “perdite”, rispetto alle altre volte: le persone rimandate in Italia perché vulnerabili sono solo cinque, di cui quattro minorenni; gli altri 44 sono già nel centro di trattenimento di Gjader. Ma adesso c’è una pecca in più: a verificare le procedure non ci sono, questa volta, i medici dell’Oim, l’organizzazione internazionale per le migrazioni. La loro convenzione con il minister…
Shengjin — Ci mancava solo il blackout. L’hotspot italiano, ieri sera, era l’unico punto di luce nel buio del porto e della periferia di Shengjiin, la sonnecchiosa cittadina albanese che aspetta l’estate per tornare a vivere. Per completare le procedure di identificazione dei 49 migranti, prelevati dalle acque internazionali al largo di Lampedusa e approdati in mattinata in Albania, si è dovuti ricorrere ai generatori. Ma la missione del governo italiano è alimentata dall’ostinazione.
Al terzo round dello scontro con i giudici, dopo le due partite perse a ottobre e novembre, arriva con un numero inferiore di “perdite”, rispetto alle altre volte: le persone rimandate in Italia perché vulnerabili sono solo cinque, di cui quattro minorenni; gli altri 44 sono già nel centro di trattenimento di Gjader. Ma adesso c’è una pecca in più: a verificare le procedure non ci sono, questa volta, i medici dell’Oim, l’organizzazione internazionale per le migrazioni. La loro convenzione con il ministero dell’Interno è in attesa di rinnovo. Particolare che allarma molto la deputata del Pd Rachele Scarpa, per due volte ieri in visita al centro (e anche oggi festeggerà qui il suo ventottesimo compleanno): «Le operazioni di verifica delle condizioni di salute sono state eseguite dal personale medico della marina militare in nave. Manca ogni garanzia di terzietà. Non c’è a bordo un ente accreditato a svolgere le fasi di pre-screening con le competenze specifiche. C’è un occhio in meno, da parte delle Nazioni unite, sulle fasi del soccorso e della selezione dei migranti».
Cassiopea, la nave della marina militare italiana prescelta per il transfer dei naufraghi, si palesa nel grigiore dell’alba a qualche miglia di distanza, altera e imponente. Alle 7 e 30 trova posto al porto accanto a un peschereccio dove quattro uomini smistano le cassette di polistirolo con i merluzzi e i saraghi appena pescati. Per oltre tre ore, dalla nave non scende nessuno. Poi ecco venir fuori, alle undici, gli ultimi selezionati per l’esperimento di delocalizzazione dei flussi caro alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni. La maggior parte sono bengalesi. Altri sei, egiziani. Due arrivano della Costa d’Avorio, gli altri due dal Gambia: saranno loro, in serata, a raggiungere, a bordo di una motovedetta, la Cassiopea, partita già nel pomeriggio con un bengalese claudicante, che andrà con i ragazzi in un centro di accoglienza a Brindisi.
Il furgoncino della Medhospes, la cooperativa che gestisce la macchina dell’accoglienza in Albania, arriva con un carico di pasti precotti e con le tute blu che i nuovi arrivati indossano prima dei controlli eseguiti fino a sera nell’hotspot. L’ultimo a sbarcare viene scortato da un cordone di agenti della polizia, carabinieri e finanzieri. Che in questi giorni, dopo la smobilitazione per carenza di migranti, sono tornati in gran numero nel loro quartier generale, l’hotel Rafaelo. Ora sono parcheggiate lì ben nove camionette. E gli agenti, i militari, convivono con i 400 afgani ospitati negli appartamenti grazie a un accordo tra Albania e Stati Uniti che ora Donald Trump potrebbe rendere carta straccia, il che preoccupa molto i rifugiati del resort.
Da stamattina i migranti sono in stato di fermo. Ed entro venerdì i giudici della Corte d’appello di Roma – investiti del caso dal governo in sostituzione della sezione immigrazione del tribunale, ritenuta ostile – dovranno decidere se convalidare o no il trattenimento a Gjader. Ma il tavolo asilo e immigrazione protesta: «Il trasferimento coatto in Albania è un grave attacco ai principi del diritto».