Bufera sul caso Almasri, il governo non va in aula e il Parlamento si blocca
di Giovanna VitaleLa premier Giorgia Meloni
(reuters)Roma — Giorgia Meloni si nasconde. Umilia le Camere. Preferisce i social alle istituzioni. Sul caso Almasri, il generale libico accusato di crimini contro l’umanità dalla Corte dell’Aja, «pensa di cavarsela con un video, mente sulla gravissima scelta politica di liberare un torturatore e adesso scappa». Insieme ai suoi ministri. «Una vergogna», attacca a sera Elly Schlein: «Noi continueremo a insistere perché dicano la verità al Paese». Mentre Romano Prodi, chiamato in causa dalla leader del governo, attacca: «Toni da campagna elettorale preoccupanti. Un errore agire contro il Tribunale internazionale».
È l’ora della lotta, per le opposizioni. Decise a paralizzare l’attività legislativa sinché la presidente del Consiglio non risponderà sulla scarcerazione del miliziano rimpatriato con un volo di Stato. Unite nel chiedere che «venga a chiarire in aula: il Parlamento non è stato abolito», tuona in Senato il dem Francesco Boccia. «Siamo alla ritirata», esclama a Montecitorio, quasi …
Roma — Giorgia Meloni si nasconde. Umilia le Camere. Preferisce i social alle istituzioni. Sul caso Almasri, il generale libico accusato di crimini contro l’umanità dalla Corte dell’Aja, «pensa di cavarsela con un video, mente sulla gravissima scelta politica di liberare un torturatore e adesso scappa». Insieme ai suoi ministri. «Una vergogna», attacca a sera Elly Schlein: «Noi continueremo a insistere perché dicano la verità al Paese». Mentre Romano Prodi, chiamato in causa dalla leader del governo, attacca: «Toni da campagna elettorale preoccupanti. Un errore agire contro il Tribunale internazionale».
È l’ora della lotta, per le opposizioni. Decise a paralizzare l’attività legislativa sinché la presidente del Consiglio non risponderà sulla scarcerazione del miliziano rimpatriato con un volo di Stato. Unite nel chiedere che «venga a chiarire in aula: il Parlamento non è stato abolito», tuona in Senato il dem Francesco Boccia. «Siamo alla ritirata», esclama a Montecitorio, quasi in contemporanea come fosse un’eco, il renziano Davide Faraone: «Non c’è la premier e neanche gli altri due ministri», Nordio e Piantedosi, che avrebbero dovuto tenere un’informativa, cancellata a poche ore dalla seduta. «Si va avanti come nulla fosse, ma noi non siamo a vostra disposizione!», l’urlo del deputato di Iv che propone di «interrompere tutto, senza parlare d’altro, fino alla riunione dei capigruppo» invocata per stabilire quando l’esecutivo si degnerà di riferire sull’affaire che sta imbarazzando l’Italia davanti agli occhi del mondo.
È il film di una giornata ad altissima tensione che blocca i lavori sino a martedì prossimo e fa saltare l’elezione dei quattro giudici costituzionali prevista per oggi. «Non c’è il clima giusto per un accordo bipartisan», sarà poi costretto ad ammettere Luca Ciriani, ministro per i Rapporti con il Parlamento, richiamato di gran carriera a Roma dal natìo Friuli. A un certo punto si era pure ventilato che toccasse a lui metterci la faccia, come già aveva fatto sostituendo Matteo Salvini al question time sul disastro dei treni. «Ma c’è stato un equivoco», si affretta a precisare il meloniano, sebbene alle opposizioni il messaggio fosse arrivato forte e chiaro. Il no però è stato netto: loro vogliono la presidente del Consiglio, «è lei che deve spiegare, in Parlamento, non sui social».
Caso Almasri, Schlein: "Meloni e i ministri non sono venuti a chiarire in Parlamento. Vergognoso"
Un muro contro muro che rischia di non finire. Se non verrà fissata una data, se Meloni insisterà «a nascondersi», le minoranze potrebbero disertare l’aula ad libitum. «Sono state dette troppe bugie, il Paese ha diritto di sapere». Richiesta osteggiata dalla maggioranza, decisa a rispondere colpo su colpo a quella che considera «una provocazione».
Come accaduto ieri. A Palazzo Madama la discussione non comincia neppure che subito le opposizioni chiedono di convocare la capigruppo per inserire in calendario l’informativa annullata. «Il governo non può decidere quando i ministri devono rispondere alle Camere e non c’entra nulla la comunicazione giudiziaria arrivata a Meloni. Da dieci giorni aspettiamo di capire perché un criminale, torturatore, stupratore sia stato scarcerato e riaccompagnato a casa», accusa Boccia. «Basta con questi giochetti», sbuffa Peppe De Cristofaro (Avs). Un fuoco di fila a cui il centrodestra replica a brutto muso. Prima il forzista Gasparri: «Usano la giustizia perché non riescono a vincere le elezioni. La magistratura non va riformata, va rifondata». Poi il meloniano Balboni: «C’è un’umiliazione del Parlamento. Quella che certi giudici fanno della democrazia e della sovranità popolare». Troppo per il centrosinistra, che in blocco abbandona l’aula.
Scena simile a Montecitorio. «La cancellazione dell’informativa è una diserzione che offende la democrazia», denuncia dal Pd Chiara Braga. Spalleggiata da tutta la minoranza, mentre la destra rumoreggia. «Pretestuoso parlare di fuga», taglia corto il “fratello” Galeazzo Bignami: «Il differimento è correlato alla scelta esorbitante della Procura di Roma di indagare Meloni, Piantedosi, Nordio e Mantovano. La colpa è della magistratura ideologizzata». Tutte balle per Giuseppe Conte: «La premier ha detto di aver ricevuto un avviso di garanzia. Falso, è dovuto per legge. A sua tutela», affonda il capo 5S. «Sapete quanti ne ho ricevuti io nel periodo Covid? Ho mai fatto video contro i giudici? Mai. L’obiettivo è distrarci e accreditarsi come vittima di un complotto internazionale». La lotta continua.