Un’ora e un quarto di audizione ma non una parola su Osama Njeem Almasri, il generale libico arrestato in Italia su mandato della Corte penale internazionale e scarcerato in meno di quarantotto ore. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio, iscritto nel registro degli indagati per peculato e favoreggiamento insieme alla premier Giorgia Meloni, al sottosegretario Alfredo Mantovano e al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, ha disertato le Aule parlamentari dove era attesa una sua informativa. Ma anche davanti al Copasir, dove gli interventi vengono secretati, ha deciso di non parlare del rimpatrio di Almasri tirando in ballo, anche in questo caso, il rispetto del segreto istruttorio. I temi affrontati sono stati altri ma il Copasir, guidato dal dem da Lorenzo Guerini, si riserva comunque di approfondire la vicenda in un momento in cui sale ancora di più la tensione tra politica e toghe, accusate dal governo di aver messo in atto una ripicca legata alla riforma che prevede la separaz…
Un’ora e un quarto di audizione ma non una parola su Osama Njeem Almasri, il generale libico arrestato in Italia su mandato della Corte penale internazionale e scarcerato in meno di quarantotto ore. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio, iscritto nel registro degli indagati per peculato e favoreggiamento insieme alla premier Giorgia Meloni, al sottosegretario Alfredo Mantovano e al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, ha disertato le Aule parlamentari dove era attesa una sua informativa. Ma anche davanti al Copasir, dove gli interventi vengono secretati, ha deciso di non parlare del rimpatrio di Almasri tirando in ballo, anche in questo caso, il rispetto del segreto istruttorio. I temi affrontati sono stati altri ma il Copasir, guidato dal dem da Lorenzo Guerini, si riserva comunque di approfondire la vicenda in un momento in cui sale ancora di più la tensione tra politica e toghe, accusate dal governo di aver messo in atto una ripicca legata alla riforma che prevede la separazione delle carriere.
Meloni due giorni fa aveva annunciato di aver ricevuto un avviso di garanzia ma l’Associazione nazionale magistrati, prima di tutto, interviene per stigmatizzare la «disinformazione», da parte del governo, fatta sull’intera vicenda e in particolare sulla volontà di «insinuare collegamenti tra le proteste contro la riforma e la comunicazione di avvenuta trasmissione degli atti al tribunale dei ministri. È semplicemente ridicolo». E infatti, spiega il segretario Salvatore Casciaro, «mi stupisce che si sia parlato pubblicamente anche da parte di esponenti dell’esecutivo di avviso di garanzia, quando la legge costituzionale del 1989 prevede tutt’altro».
Sempre Casciaro sostiene che si sia «trattato di un atto dovuto, contemplato da una legge costituzionale secondo cui l’attività di indagine dev’essere svolta dal tribunale dei ministri e non dalla procura della Repubblica». In un ping pong tra politici e toghe, ribatte il viceministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto: «Basterebbe leggere le norme per sapere che non è un atto dovuto».
Poi Casciaro difende la sua categoria sempre più sotto attacco: «Il fatto che ci possa essere una valutazione critica sulle iniziative di riforma costituzionale non ha alcuna attinenza con altro». La risposta del sindacato delle toghe non è però unanime. Magistratura Indipendente, che ha vinto le elezioni dell’Anm, prende tempo e non commenta. Mentre è categorico il presidente dell’Unione delle camere penali, Francesco Petrelli: «La scelta della procura di Roma è stata sbagliata, perché in questo modo i ministri sono stati sottratti al confronto con il Parlamento». Ma l’Anm non è d’accordo: «I magistrati fanno il loro dovere senza fermarsi di fronte a soggetti che rivestono anche incarichi importanti sul versante politico».