Le vittime del torturatore Almasri invitate a Montecitorio: “Perché lo avete liberato?”
di Alessandra ZinitiRoma — Per 48 ore, con il loro aguzzino in manette, si sono illusi di potere avere finalmente giustizia. Speranza andata delusa quando hanno saputo che l’Italia, il paese che li ha accolti da rifugiati, ha lasciato andar via impunito Nejeem Osema Almasri, il comandante che li ha personalmente picchiati, torturati, che hanno visto uccidere. Lam Mahok, David Yambio, Mahamat Daoud entrano alla Camera, invitati da Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, per rendere pubblico l’inferno vissuto nel lager di Mitiga. Ad ascoltare la loro drammatica testimonianza ci sono anche la segretaria del Pd Elly Schlein, Riccardo Magi di + Europa, Maria Elena Boschi di Iv, Vittoria Baldino, M5S.
«Non possiamo dimenticare quello che Almasri ha fatto e gli viene consentito di continuare a fare in Libia. È un incubo che ci perseguita», dice David Yambio, sudanese, co-fondatore della ong Refugees in Libya. Alla premier Meloni indirizzano una lettera aperta per chiedere «una spiegazione ufficiale del perché Almas…
Roma — Per 48 ore, con il loro aguzzino in manette, si sono illusi di potere avere finalmente giustizia. Speranza andata delusa quando hanno saputo che l’Italia, il paese che li ha accolti da rifugiati, ha lasciato andar via impunito Nejeem Osema Almasri, il comandante che li ha personalmente picchiati, torturati, che hanno visto uccidere. Lam Mahok, David Yambio, Mahamat Daoud entrano alla Camera, invitati da Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, per rendere pubblico l’inferno vissuto nel lager di Mitiga. Ad ascoltare la loro drammatica testimonianza ci sono anche la segretaria del Pd Elly Schlein, Riccardo Magi di + Europa, Maria Elena Boschi di Iv, Vittoria Baldino, M5S.
«Non possiamo dimenticare quello che Almasri ha fatto e gli viene consentito di continuare a fare in Libia. È un incubo che ci perseguita», dice David Yambio, sudanese, co-fondatore della ong Refugees in Libya. Alla premier Meloni indirizzano una lettera aperta per chiedere «una spiegazione ufficiale del perché Almasri, che il governo italiano e in particolare Piantedosi ha definito pericoloso, sia stato rilasciato invece di essere consegnato alla Corte penale internazionale».
Con coraggio ci mettono la faccia i tre rifugiati sopravvissuti alla detenzione a Mitiga. La voce di David Yambio trema quando racconta: «Sparizioni forzate, torture, violenza e schiavitù: in Libia c’è un sistema che continua a sopravvivere indisturbato. Siamo venuti qui oggi perché non abbiamo più niente ma abbiamo ancora la nostra voce. E la vogliamo far sentire dopo che per tanto tempo siamo stati derubati della dignità, dei nostri diritti fondamentali, della giustizia». Non rinunciano a nutrire il sogno di un’Italia che volta le spalle alla Libia. Per questo, a Meloni dicono: «Si è detta madre e cristiana. Ci chiediamo come possa una madre rendersi complice dei crimini di un assassino e torturatore».
Le tre vittime di Almasri invocano «la cessazione immediata di tutti gli accordi tra Italia e Libia che consentono abusi sui migranti» ma anche «un impegno pubblico per chiedere il rilascio di tutti coloro che sono ancora imprigionati a Mitiga e in altri centri di detenzione in Libia e un percorso legale per i migranti intrappolati nei centri di detenzione libici, compresa la riapertura dell’ambasciata italiana a tripoli per l’ottenimento di visti umanitari».
Ai parlamentari delle opposizioni affidano le lettere per Meloni, Mantovano, Nordio e Piantedosi: «Gliele consegneremo noi – dicono i deputati - Oggi un’informativa sul caso Almasri c’è stata. Ed è stata un bagno di verità, dura, come succede quando le storie di persone in carne ed ossa irrompono sulla scena».