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Dalla scarcerazione all’avviso di indagine per Meloni: tutto il caso Almasri punto per punto

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Tutte le tappe della vicenda che riguarda il comandante libico e il governo italiano
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Perché il presunto assassino e torturatore libico Najeem Osema Almasri Habish, su cui pendeva un mandato di arresto della Corte penale internazionale, è stato arrestato e poi liberato dall’Italia? Perché il nostro paese ha riaccompagnato lui, e i suoi amici, in Libia con un volo di Stato? E ancora: perché per questa vicenda la premier Giorgia Meloni, i ministri degli Interni e della Giustizia, Matteo Piantedosi e Carlo Nordio, sono stati indagati dalla procura di Roma? Che cosa significa un’indagine del tribunale dei ministri? E perché il governo ha attaccato così frontalmente il procuratore di Roma, Francesco Lo Voi? Che rischia ora il magistrato?

L’arresto di Almasri

Almasri, capo della polizia giudiziaria libica, è accusato dalla Corte p…

Perché il presunto assassino e torturatore libico Najeem Osema Almasri Habish, su cui pendeva un mandato di arresto della Corte penale internazionale, è stato arrestato e poi liberato dall’Italia? Perché il nostro paese ha riaccompagnato lui, e i suoi amici, in Libia con un volo di Stato? E ancora: perché per questa vicenda la premier Giorgia Meloni, i ministri degli Interni e della Giustizia, Matteo Piantedosi e Carlo Nordio, sono stati indagati dalla procura di Roma? Che cosa significa un’indagine del tribunale dei ministri? E perché il governo ha attaccato così frontalmente il procuratore di Roma, Francesco Lo Voi? Che rischia ora il magistrato?

L’arresto di Almasri

Almasri, capo della polizia giudiziaria libica, è accusato dalla Corte penale internazionale di crimini di guerra dal 2011 a oggi: omicidi, torture, abusi sessuali, violenze sessuali. A ottobre del 2022 la procura dell’Aja chiede il suo arresto e il fascicolo finisce sul tavolo della corte. Che però emette il provvedimento soltanto il 18 gennaio di quest’anno, in urgenza. La polizia tedesca informa infatti i magistrati che Almasri è in Europa, ha preso un’auto a Monaco per raggiungere l’Italia. La Corte emette così il mandato, lo invia a sei paesi, e ventiquattro ore dopo il libico viene arrestato dalla polizia in albergo a Torino: è appena rientrato con tre suoi amici. Sono stati allo stadio a vedere Juventus-Milan.

La scarcerazione

Almasri è fermato dalla Digos e accompagnato nel carcere di Torino. Dove però resterà poco più di 48 ore. La corte di Appello di Roma, che è competente per questo tipo di arresti ai fini di estradizione, sentito anche il parere del procuratore generale, scarcera il libico per una questione procedurale. L’arresto è stato effettuato di iniziativa dalla polizia quando invece, dicono i giudici, la procedura prevedeva un passaggio obbligatorio con il ministero della giustizia.

L’espulsione

Appena uscito dal carcere, ad Almasri viene notificato un decreto di espulsione firmato dal ministro degli Interni. Non dovrà aspettare molto per partire. Trova infatti un aereo di stato italiano ad aspettarlo sulla pista dell’aeroporto di Torino. Glielo hanno inviato i nostri servizi segreti. Qualche ora dopo atterrerà all’aeroporto di Tripoli accolto da una folla festante. L’aereo si era mosso ben prima della decisione della Corte di appello di Roma.

Lo scontro con la Corte dell’Aja

La corte di giustizia europea non prende affatto bene la decisione italiana, tanto da protestare ufficialmente. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, risponde sprezzante: “L’Aja non è il verbo”. Mentre il ministero della giustizia dovrà una risposta ufficiale anche perché ci sono una serie di elementi che non tornano. Di contro, però, il Governo lascia intendere che sull’asse Berlino-ia Aja possa esserci stata l’intenzione di mettere in difficoltà l’Italia. Almasri arriva in Europa il 6 gennaio, volando su Londra. Da lì si trasferisce il 13 in treno verso Bruxelles, per poi muoversi il giorno successivo a Bonn. In Germania resta per altri quattro giorni dove viene ripetutamente fermato, per apparenti controlli stradali, e subito rilasciato. Non c’era ancora infatti quel mandato di cattura che verrà emesso soltanto quando il libico lascerà la Germania per l’Italia.

Il silenzio di 48 ore

L’Aja sostiene però che l’Italia non abbia rispettato le procedure imposte. La Corte penale ha infatti inserito l’ordine di arresto nel database dell’Interpol, da qui l’arresto della Polizia non appena saputo dell’arrivo in albergo a Torino. Ma lo ha inviato, come prevede la legge, anche del governo italiano. Nello specifico all’ufficio del magistrato di collegamento all’ambasciata olandese, quello indicato dal nostro esecutivo. Di più: per sanare il problema sarebbe bastato che il ministro della Giustizia Nordio avesse risposto a una delle sollecitazioni arrivate dalla polizia giudiziaria (il 19) e poi dalla Corte d’appello (il 20). Invece soltanto il 21 dirà: “Stiamo studiando il fascicolo”. Peccato che il nostro volo dei servizi con a bordo il torturatore libico fosse già partito in direzione Tripoli.

L’esposto dell’avvocato Li Gotti

Accanto alla polemica politica (il governo si impegna a rispondere in parlamento) nata dalla scarcerazione di Almasri, c’è un’iniziativa giudiziaria. L’avvocato Luigi Li Gotti, difensore di pentiti di mafia, una lunga militanza nell’Msi, poi sottosegretario nel governo Prodi, presenta alla procura di Roma un esposto nel quale si chiede di indagare per favoreggiamento e peculato la premier Giorgia Meloni, i ministri Nordio e Piantedosi, il sottosegretario Mantovano. Sostiene che con il loro comportamento omissivo hanno favorito la fuga di un pericoloso criminale. E che hanno speso illecitamente soldi pubblici mettendo loro a disposizione l’aereo dei servizi. Un aereo, fa notare, che era stato fatto muovere già prima della decisione della Corte.

L’avvio dell’indagine

Il procuratore di Roma, Francesco Lo Voi, ritiene non “manifestamente infondata” la denuncia dell’avvocato Li Gotti. E così procede all’iscrizione nel registro degli indagati di Meloni e gli altri denunciati in quello che la procura ritiene essere poco più che un “atto dovuto”. La norma gli impone di avvisare tutti immediatamente e di trasferire tutti gli atti al tribunale dei ministri che ha novanta giorni per chiudere le indagini. Possono finire con una richiesta di archiviazione. O di una prosecuzione delle indagini. Che dovrà però autorizzata dal Parlamento su richiesta della procura di Roma.

L’attacco del governo

La premier Meloni grida allo scandalo e, in un video sui suoi canali social, attacca frontalmente il procuratore Lo Voi per la scelta di iscrivere lei e i suoi ministri il registro degli indagati. Il governo non lo ritiene affatto un atto dovuto. Ma voluto. Nel video ricorda che Lo Voi è lo stesso magistrato del “fallimentare processo a Matteo Salvini” quando era procuratore capo di Palermo. Successivamente verranno pubblicati i documenti riservati di una diatriba in corso tra Lo Voi e il governo: il procuratore di Roma riteneva di avere diritto ai voli di Stato sulla tratta Roma-Palermo che invece gli erano stati negati dal sottosegretario Mantovano. Sul punto è in corso un procedimento al Consiglio di stato con Lo Voi che ha scritto anche al presidente della Repubblica.

Il caso Caputi

A rendere i rapporti ancora più complessi tra Chigi e piazzale Clodio c’è poi un’altra vicenda: il quotidiano Domani pubblica un’informativa dei servizi che documenta come l’Aisi, il nostro servizio di sicurezza interna, ha effettuato controlli sul capo di gabinetto della premier, Gaetano Caputi. “Una normale attività” diranno i servizi. L’informativa era stata trasmessa dall’intelligence alla procura di Roma nell’ambito di un’indagine su una fuga di notizie, nata da un esposto di Caputi, che riguardava proprio i giornalisti di Domani. E viene allegata dalla procura nel fascicolo a carico dei cronisti, indagati per rivelazione del segreto. Secondo governo e intelligence, però, doveva restare segreta e non doveva essere consegnata alle parti. “Un errore molto gravo che mette a rischio il rapporto tra procura e agenzie di intelligence” dicono fonti di Chigi.

L’esposto al Csm

I cinque consiglieri laici di centrodestra del Consiglio superiore della magistratura, quelli cioè scelti dal parlamento, presentano un esposto all’ufficio di presidenza chiedendo di aprire un fascicolo a carico di Lo Voi. Sostengono non ci fossero le condizioni per procedere con l’iscrizione nel registro degli indagati della premier e dei ministri. Il procuratore di Roma rischia il trasferimento per incompatibilità ambientale. O l’apertura di un procedimento disciplinare.

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