Questo è il numero di venerdì 31 gennaio 2025 della newsletter Hanno tutti ragione, firmata da Stefano Cappellini. Per attivare l'iscrizione clicca qui
Si può attribuire un incidente aereo alle politiche di inclusione? Donald Trump lo ha fatto. Ieri, parlando del disastro avvenuto a Washington, Trump ha in sostanza detto: non è successo per disgrazia ma perché le aziende non assumono secondo merito bensì secondo altri criteri. Cioè: disabilità. Sottinteso: etnici o di genere. Trump aveva elementi per sostenere questa tesi? No. Ci sono indizi che autorizzino a collegare la sciagura con il meccanismo delle quote nella selezione del personale? Nemmeno alla lontana. Si tratta insomma dell’ennesima sparata trumpiana. Parliamo sempre del presidente che consigliò agli americani di curare il Covid con l’idrossiclorochina o che in campagna elettorale accusò gli haitiani di mangiare i cani degli americani. Bisogna però prendere atto di una facile deduzione: così come l’affermazione di Trump app…
Questo è il numero di venerdì 31 gennaio 2025 della newsletter Hanno tutti ragione, firmata da Stefano Cappellini. Per attivare l'iscrizione clicca qui
Si può attribuire un incidente aereo alle politiche di inclusione? Donald Trump lo ha fatto. Ieri, parlando del disastro avvenuto a Washington, Trump ha in sostanza detto: non è successo per disgrazia ma perché le aziende non assumono secondo merito bensì secondo altri criteri. Cioè: disabilità. Sottinteso: etnici o di genere. Trump aveva elementi per sostenere questa tesi? No. Ci sono indizi che autorizzino a collegare la sciagura con il meccanismo delle quote nella selezione del personale? Nemmeno alla lontana. Si tratta insomma dell’ennesima sparata trumpiana. Parliamo sempre del presidente che consigliò agli americani di curare il Covid con l’idrossiclorochina o che in campagna elettorale accusò gli haitiani di mangiare i cani degli americani. Bisogna però prendere atto di una facile deduzione: così come l’affermazione di Trump appare subito a una quota di opinione pubblica per quel che è, una ridicola panzana, a un’altra parte deve sembrare qualcosa di verosimile, altrimenti, molto banalmente, Trump non si arrischierebbe a farla. Come tutte le post verità – le falsità che divengono realtà alternativa, genere carissimo ai sovranisti di ogni longitudine – anche quest’ultima bufala può essere facilmente smontata con una verifica persino superficiale, tuttavia sappiamo ormai bene che non è con dati e numeri che si riesce a smontare convinzioni che si basano su percezioni e nessi logici precari o assenti. Se insomma pure stavolta Trump può spingersi fino al surreale, significa che sa di parlare alla pancia di molti americani, non necessariamente sovranisti o fascisti, persuasi che il meccanismo delle Affirmative action, le cosiddette “discriminazioni positive”, sia andato fuori controllo finendo per discriminare al contrario, cioè favorire le minoranze a discapito della maggioranza.
La gran parte delle statistiche ufficiali su posti di lavoro, università, concentrazione di ricchezza testimoniano che si tratta di una convinzione errata, eppure è chiaro che gli eccessi ideologici del woke, anche quando non si sono tradotti in effetti pratici, hanno creato una reazione opposta e ancora più eccessiva. Quando Hollywood decide che in una sceneggiatura vanno inseriti dei personaggi solo perché è necessario che nessuna etnia sia esclusa dalla trama, o quando si stabilisce che l’esponente di una minoranza abbia a prescindere credibilità e precedenza di parola per la sua posizione nella gerarchia sociale, è chiaro che si ingenera il sospetto di un ribaltamento della discriminazione (quelle che state leggendo sono osservazioni di un maschio bianco cisgender che difende il suo privilegio, direbbe infatti un woke per stroncare sul nascere ogni dibattito). Non solo: si rischia di ottenere l’effetto opposto rispetto alle intenzioni, perché l’idea che il proprio posto nel mondo debba essere stabilito sulla base di una classifica etnica, di genere o di disabilità porta dritti a una nuova razzializzazione della società. Anziché un mondo dove le differenze sono difese ma non accentuate, uno dove tutto è ricondotto alla razza o al genere o all’orientamento sessuale. Tutti questi dati finiscono per essere il tratto fondamentale sul quale regolare ogni rapporto nel consesso civile.
In Alto Adige un rigido meccanismo di quote è stato utile a fermare il conflitto etnico e i morti per terrorismo, al prezzo però di una razzializzazione estrema: per l’accesso a qualunque servizio o carica pubblica non solo italiani e tedeschi devono dichiarare preventivamente a quale quota appartengono, ma persino gli immigrati devono farlo. A Bolzano un marocchino deve scegliere se essere marocchino italiano o marocchino tedesco. Qui non c’entra nulla il woke, ovviamente. Ma è una fotografia nitida di quel che accade, anche sulla scia di buone intenzioni, quando tutto è fondato sul dato etnico.
Si tratta ovviamente di una questione complessa pure per altre ragioni: è chiaro che il principio delle quote può favorire chi merita meno, al tempo stesso è evidente che le situazioni di squilibrio nella rappresentanza non sono figlie di una casualità ma più spesso di un sistema che le ha generate e tende a perpetuarle. Non è certo una scoperta di oggi. I nostri costituenti scrissero l’articolo 3 della Costituzione articolandolo in due parti. La prima, la dichiarazione di principio: tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. La seconda, invece, è la traduzione concreta del principio astratto: è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese. Negli Usa questo dibattito ha avuto un picco lo scorso anno quando la Corte Suprema ha deciso di abolire il sistema di selezione per quote etniche nelle università. Per alcuni si è trattato di un salto indietro, ma per altri, anche progressisti, la sentenza ha ristabilito le condizioni di una più piena uguaglianza.
Naturalmente i più accesi furori woke non possono certo giustificare la propalazione delle bufale o delle teorie trumpiane. Ma forse non è inutile interrogarsi su quanto abbiano creato un terreno ideale alla riscossa delle nuove destre, che nella loro propaganda hanno anche il vantaggio di non aver bisogno di ancorare le tesi alla realtà. Cade un aereo e la colpa è del pilota gay, o nero, o quel che è.