Per biografia, per apprendistato politico, forse per temperamento, la presidente del Consiglio conosce una sola tattica: l’attacco — è la sua unica risposta alle insidie ma anche alle critiche che deve affrontare un governante. È questa visione del conflitto che rende le sue reazioni più simili a quelle di leader d’una fazione che a quelle del capo di un Governo. Da quando Giorgia Meloni siede a Palazzo Chigi mai una volta si è espressa con quelle parole che segnano la differenza di visione tra un politicante e uno, o una, statista. Gli esempi da imitare non mancherebbero, da De Gasperi nei suoi drammatici interventi, in Italia e all’estero tra le rovine del dopoguerra, nella generale ostilità, al presidente Ciampi, da Romano Prodi con la sua denuncia delle difficoltà del momento, al presidente Mattarella. Anche se forse l’esempio più illustre è quello di Winston Churchill che, diventato primo ministro, inaugurò il mandato con austera franchezza promettendo agli inglesi solo lacrime, …
Per biografia, per apprendistato politico, forse per temperamento, la presidente del Consiglio conosce una sola tattica: l’attacco — è la sua unica risposta alle insidie ma anche alle critiche che deve affrontare un governante. È questa visione del conflitto che rende le sue reazioni più simili a quelle di leader d’una fazione che a quelle del capo di un Governo. Da quando Giorgia Meloni siede a Palazzo Chigi mai una volta si è espressa con quelle parole che segnano la differenza di visione tra un politicante e uno, o una, statista. Gli esempi da imitare non mancherebbero, da De Gasperi nei suoi drammatici interventi, in Italia e all’estero tra le rovine del dopoguerra, nella generale ostilità, al presidente Ciampi, da Romano Prodi con la sua denuncia delle difficoltà del momento, al presidente Mattarella. Anche se forse l’esempio più illustre è quello di Winston Churchill che, diventato primo ministro, inaugurò il mandato con austera franchezza promettendo agli inglesi solo lacrime, sudore, sangue in cambio della vittoria finale contro il nazismo.
Ci vuole coraggio, ci vuole fiducia in sé stessi, direi che ci vuole la capacità di fare un balzo fuori dalla propria pelle, la forza morale di affrontare la situazione per ciò che realmente è e non per come la si è rappresentata durante la campagna elettorale sempre accompagnata, ovunque nel mondo, da una serie di esagerazioni, promesse irrealizzabili, bugie.
La nostra presidente del Consiglio sembra aver appreso, forse per naturale inclinazione, solo la lezione di Silvio Berlusconi; anche lui ogni volta che si vedeva costretto in un angolo, politico o giudiziario che fosse, reagiva colpendo chiunque fosse a testa bassa. Salvo ritrovare il suo accattivante sorriso appena allontanato il pericolo. Potrei anche richiamare (per i meno pronti preciso che sto tentando un paragone storico), il comportamento di Mussolini dopo l’assassinio di Matteotti. Quando si vide con le spalle al muro per il peso di quel crimine, uscì anche lui a testa bassa con le famose parole (cito a memoria): se il fascismo altro non è che violenza e delitto io ne sono il capo, fuori il palo, fuori la corda eccetera.
Nel tentativo di trovare una spiegazione a una tale tattica, al di là di quella opinabile della psicologia, si può ipotizzare che la presidente del Consiglio, dotata com’è di notevole astuzia politica, abbia fiutato che una reazione gridata, un vittimismo aggressivo, il presentarsi come oggetto di complotti da sventare coraggiosamente “senza arretrare di un millimetro”, in fin dei conti renda in termini di favore popolare — anche perché aiutata dalla potenza informativa di una larga maggioranza dei media.
Qui soccorre una buona battuta dello sceneggiato M in onda su Sky. Dice l’attore Luca Marinelli che interpreta Mussolini: «C’è sempre un tempo nel quale i popoli smarriti vanno verso le idee semplici e gli uomini forti. Noi siamo in quel tempo».
Oggi conosciamo di nuovo, come un secolo fa, il tempo dello smarrimento che non riguarda d’altronde solo l’Italia. Nel vecchio come nel nuovo continente sono numerosi i casi di democrazie fattesi autoritarie (democrature) o che tendono a diventarlo. Troppi gli sconvolgimenti in atto, troppo lungo il salto che la velocità dei nuovi tempi chiede a regole democratiche fissate quasi due secoli fa. Occorre una solida vocazione alla democrazia per scansare la tentazione di risolvere tutto con una specie di “dittatura della maggioranza” anche quando si tratta in realtà solo di una maggioranza parlamentare.
In democrazia i tempi delle decisioni sono di necessità lunghi, le critiche di necessità numerose, il rispetto della divisione dei poteri statali può diventare faticoso, irritanti gli interventi della stampa non asservita. Bisogna agire in fretta, prima che l’urgenza o la vera dimensione dei problemi venga allo scoperto. Confondere le acque aiuta, aiuta offrirsi come un possibile salvatore che farebbe molto di più se non venisse ogni giorno bersagliato dal nemico attraverso critiche e complotti. Si grida e si piange, si proclamano i successi, s’aggiunge che sarebbero ancora maggiori se volontà negative non tramassero contro la “nazione” e chi la guida. Non so se Romano Prodi abbia ragione quando dichiara che alzando sempre di più i toni alla fine ci si brucia. È invece possibile che additando sempre nuovi nemici che congiurano all’interno e all’estero si riesca a mantenere alta la tensione che sorregge il sottile filo del consenso. Non sarebbe certo il primo caso in cui la fabbricazione di un “nemico” serve a nascondere i problemi reali deviando l’attenzione su un bersaglio di comodo come fanno i prestigiatori. La presidente del Consiglio dice il contrario di ciò che fa quando afferma di combattere per «un Paese in cui una persona per bene non debba avere paura dello Stato, della Giustizia, del fisco, della burocrazia».
La battaglia sembra rivolta esattamente ad alimentare queste paure mentre il discorso dello statista dovrebbe additare una battaglia perché la burocrazia e la giustizia siano più efficienti, il fisco prenda i soldi dove ci sono (a norma di Costituzione, tra l’altro). Non si dovrebbero alimentare paure ma avviare riforme, come chiede anche l’Europa. Bisognerebbe avere il coraggio di ammettere che i soldi sono pochi, i problemi molti, alcuni disagi inevitabili, qualche sacrificio necessario. Sarebbe questo il segnale di un passaggio da capopopolo pronto a chiamare in aiuto piazze vocianti, al capo di un governo che si rivolge alla totalità dei cittadini, compreso chi non l’ha votata, chiede la loro lealtà anche nel dissenso, mette a nudo la magnitudine dei problemi che tutti hanno di fronte. La prima via è più spiccia, basta poco a percorrerla, la seconda chiede una vastità d’orizzonte, una statura politica che forse, come il coraggio, uno non si può dare se non ce l’ha (copy A. Manzoni).